Le novità del Mipaaf: i consorzi di tutela dei vini e le disposizioni per l’emissione del documento per il trasporto dei prodotti vitivinicoli

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Come di consueto si riportano le maggiori novità in ambito vitivinicolo apparse sul sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in ambito vinicolo.

Si registra, in primis, un aggiornamento dell’elenco dei consorzi autorizzati dal Mipaaf alla tutela delle denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche protette, ai sensi dell’art. 17 del Decreto Legislativo n. 61 del 2010 (clicca qui per consultare l’elenco).

In secondo luogo, è stato approvato un corposo testo normativo con il quale il Ministero ha regolato l’emissione del documento elettronico MVV-E per il trasporto dei prodotti vitivinicoli (clicca qui per consultare l’intero documento); ciò al fine di migliorare la tutela dei prodotti e prevenire le frodi nel settore agroalimentare. Sul punto, occorre specificare come in un primo momento l’emissione del documento in formato elettronico sarà meramente facoltativa, al fine di consentire ai soggetti interessati un graduale approccio al sistema.

La rassegna stampa dal mondo del vino…e non solo #Maggio18

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Come ogni mese si riportano gli articoli più importanti dei periodici del settore vitivinicolo e agroalimentare.

BUONA LETTURA!

  1. Il punto sulle politiche vinicole: tante chiacchiere e poca sostanza (WineNews, 24.04.2018);
  2. Nuovo Regolamento UE sull’agricoltura biologica (Il Fatto Alimentare, 23.04.2018);
  3. Come scelgono il vino i consumatori al mercato? (Bere il Vino, 18.04.2018);
  4. Il paesaggio della Val d’Orcia come elemento in grado di influenzare la produzione di vino (Oionos Vivere di Vino, aprile 2018);
  5. Le vecchie viti a rischio scomparsa: l’allarme di FIVI (Bere il vino, 15.04.2018);
  6. NAS e sanzioni: certezza della pena e informazioni al consumatore (Il Fatto Alimentare, 24.04.2018);
  7. Quanto “vale” la contraffazione del vino in Italia (Bere il Vino, 12.04.2018);
  8. Riflessioni post Vinitaly (Corriere del Vino, 23.04.2018);
  9. OIV: bilancio della vendemmia e del mercato enoico 2017 (rabachino.blogspot.it, 05.05.2018);
  10. Vitigno, clima, suolo ed uomo: alla base della nascita delle grandi denominazioni (WineNews, 08.05.2018)

 

La procedura di autorizzazione per i nuovi impianti di vigneti

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Il Regolamento comunitario n. 1308 del 2013 agli articoli 62 e segg. sancisce il regime delle autorizzazioni ad impiantare nuovi vigneti (in vigore dal 1° gennaio 2016 fino al 31 dicembre 2030).

Tale regolamentazione è finalizzata sia a consentire la selezione delle coltivazioni sulla scorta dei diversi obiettivi dei produttori, sia a tenere sotto controllo il potenziale produttivo vitivinicolo.

Ebbene, il Mipaaf con decreto n. 12272 del 15 dicembre 2015 ha dato attuazione a livello nazione del suddetto regolamento dettando le condizioni che devono sussistere affinché lo Stato rilasci le autorizzazioni all’impianto di nuovi vigneti.

Il sistema che regola il rilascio di dette autorizzazioni è sviluppato su due piani, l’uno regionale, l’altro statale.

Per quel che riguarda la competenza regionale, essa – a seguito dell’approvazione del decreto n. 527 del 2017 – consiste nella possibilità di intervenire all’intero del territorio di competenza al fine di stabilire i criteri di priorità; ciò nell’ottica di incrementare la produttività adeguandola alla competitività delle imprese che agiscono sul territorio.

Con riferimento alla competenza dello Stato, essa si identifica con la rimozione degli ostacoli normativi che ostano all’impianto del nuovo vigneto e, pertanto, al rilascio della vera e propria autorizzazione.

Sul punto, è bene segnalare l’art. 7-bis del Decreto 527/17 che stabilisce come dal 2017 “le Regioni possono applicare, per una percentuale complessiva pari al 50 per cento della superficie di cui all’articolo 9, comma 5, i seguenti criteri di priorità:

a) superfici da adibire a nuovi impianti nell’ottica di accrescere le dimensioni di aziende piccole e medie di cui al paragrafo 2, lettera h) dell’articolo 64 del Regolamento e l’allegato II del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se sono rispettate le condizioni seguenti:

1) la complessiva superficie aziendale è compresa tra 0,5 ettari e 50 ettari, tuttavia in tale ambito le Regioni possono definire un intervallo inferiore;

2) il richiedente, al momento della richiesta possiede una superficie vitata che non fruisce delle esenzioni di cui all’articolo 1 del Regolamento delegato;

b) superfici in cui l’impianto di vigneti contribuisce alla conservazione dell’ambiente di cui al paragrafo 2, lettera b) dell’articolo 64 del Regolamento e l’allegato II del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se i richiedenti sono già viticoltori al momento di presentare la richiesta e hanno effettivamente applicato le norme relative alla produzione biologica di cui al regolamento (CE) n. 834/2007del Consiglio e, se applicabile, al regolamento (CE) n. 889/2008 della Commissione all’intera superficie vitata delle loro aziende per almeno cinque anni prima di presentare la richiesta;

c) organizzazioni senza scopo di lucro con fini sociali che hanno ricevuto terreni confiscati per reati di terrorismo e criminalità di altro tipo di cui all’allegato II paragrafo I, lettera II, del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se il richiedente è una persona giuridica, a prescindere dalla sua forma giuridica, e se sono soddisfatte le condizioni seguenti:

1) il richiedente è un’organizzazione senza scopo di lucro che esercita esclusivamente attività a fini sociali;

2) il richiedente usa i terreni confiscati solo ai propri fini sociali a norma dell’articolo 10 della direttiva 2014/42/UE del Parlamento europeo e del Consiglio;

3) i richiedenti che rispettano questo criterio si impegnano, per un periodo di 5 anni, a non affittare né vendere la o le superfici di nuovo impianto ad altra persona fisica o giuridica. Tale periodo non si estende oltre il 31 dicembre 2030.

2. Ciascuna Regione, entro il 30 gennaio di ogni anno, comunica al Ministero secondo la tabella riportata nell’Allegato II, la ponderazione da attribuire ad ognuno dei criteri di cui al comma 1, associando un valore individuale compreso tra zero (0) e uno (1). La somma di tutti i valori individuali deve essere pari a uno.

3. Le Regioni che non applicano la previsione di cui al comma 1 comunicano tale decisione al Ministero, con le modalità previste dal comma 2“.

Come presentare la domanda

La domanda di autorizzazione all’ampliamento viene presentata dai soggetti interessati mediante istanza sul portale telematico del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), all’interno del quale è prevista dal 15 al 31 marzo di ogni anno un’apposita sezione concernente il Registro informatico pubblico delle autorizzazioni per gli impianti viticoli. La richiesta può essere effettuata solo dal soggetto che, alla data in cui richiede l’ampliamento, ha la conduzione del terreno per il quale richiede l’autorizzazione. La stessa azienda può, inoltre, cumulare le richieste di autorizzazione qualora debba richiedere l’ampliamento in più regioni, purché tutti i terreni coinvolti le appartengano.

La superficie assegnabile ogni anno non può superare la soglia dell’1% della superficie vitata nazionale alla data del 31 luglio dell’anno precedente. Nel caso, poi, le richieste di ampliamento all’interno della medesima regione superino le soglie calcolate a livello regionale, dovrà essere in ogni caso essere attribuita ad ogni soggetto richiedente almeno una superficie di 0,1 ettari, così come potranno essere stabilite ulteriori limitazioni in caso di superamento della soglia consentita dovuta al complesso delle domande annuali presentate, oppure nel caso in cui si voglia evitare il rischio di una produzione che ecceda quelle che sono le prospettive reali di mercato o, ancora, per evitare che una determinata denominazione d’origine (o indicazione geografica) protetta si svaluti eccessivamente. Tra l’altro, è riconosciuto anche alle associazioni professionali la facoltà di trasmettere entro il 15 gennaio di ogni anno delle raccomandazioni – corredate ovviamente di documentazione tecnica – in ordine alla opportunità o meno di stabilire delle limitazioni.

Chi dispone le autorizzazioni?

Le autorizzazioni vengono rilasciate dalle Regioni entro il 1° giugno di ogni anno, attenendosi tuttavia all’elenco ad esse trasmesso dal Mipaaf e pubblicato, altresì, sul Bollettino Ufficiale Regionale. Tale tipologia di autorizzazione ha valenza triennale e contiene:

  1. Il codice di identificazione dell’azienda
  2. Il titolo dell’autorizzazione
  3. Il codice identificativo della pratica
  4. La Regione che lo ha rilasciato e la data del rilascio
  5. Il termine di validità
  6. La superficie autorizzata

Tuttavia, se l’autorizzazione è rilasciata per il solo 50% della superficie richiesta, l’interessato può rifiutare senza incorrere in alcuna sanzione; dovrà però comunicare l’intenzione di rinunciare alla Agea sempre tramite il SIAN entro 10 giorni dalla pubblicazione dell’elenco.

Laddove, invece, si decida di accettare l’autorizzazione, a quel punto il vigneto impiantato dovrà permanere per almeno 5 anni (salvo eventi eccezionali) e se viene espiantato prima della scadenza del suddetto termine non potrà essere oggetto di autorizzazione al reimpianto.

Qualora l’azienda non intenda esercitare l’autorizzazione si applicheranno le sanzioni previste dal suddetto regolamento comunitario e dalle disposizioni nazionali; inoltre, non potrà beneficiarie del piano nazionale di sostegno.

Nel caso in cui, infine, l’azienda voglia effettuare l’impianto su un’area diversa da quella richiesta potrà chiedere la modifica della destinazione dell’autorizzazione solo se la nuova superficie rispetta le medesime condizioni che avevano condotto al rilascio dell’autorizzazione originaria.

Il registro delle autorizzazioni

Una volta effettuato l’ampliamento per il quale l’azienda vinicola aveva richiesto l’autorizzazione, sarà suo onere comunicare tale operazione entro 60 giorni alla Regione. Ciò al fine di consentire l’aggiornamento del Registro informatico pubblico delle autorizzazioni, dopodiché i nuovi impianti saranno inseriti nello schedario vitivinicolo. Il suddetto Registro è costituito nell’ambito del SIAN e contiene tutte le informazioni circa le autorizzazioni rilasciate ed è costantemente aggiornato con le autorizzazioni che di anno in anno si aggiungono, nonché consultabile sia da parte dell’autorità pubblica che da parte delle singole aziende.

Le novità del Mipaaf: certificati di analisi ufficiali in ambito vitivinicolo e competenza dei Direttori ICQRF per le sanzioni del D.Lgs. 145/2017

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Di seguito si riportano, come di consueto, le principali novità dal sito del Ministero delle Politiche Agricole Agrarie e Forestali.

La prima concerne l’elenco dei laboratori italiani, suddivisi per Regione, provvisti di autorizzazione ministeriali al rilascio dei certificati di analisi ufficiali in ambito vitivinicolo, valevoli anche ai fini dell’esportazione.

LEGGI L’ELENCO UFFICIALE!

La seconda novità, invece, ha natura più tecnica e riguarda la delega ai Direttori degli uffici dell’ICQRF all’emissione delle sanzioni previste dal D.Lgs. 145/2017 che regola l’indicazione nelle etichette della sede e dell’indirizzo dello stabilimento di produzione o di confezionamento del prodotto alimentare e, di conseguenza, anche vinicolo.

LEGGI IL DECRETO!

 

Sicurezza e igiene nelle cantine: tutto quello che c’è da sapere. Parte II

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Riprendiamo l’ampio capitolo iniziato nel mese di marzo relativo alle norme igienico-sanitarie che caratterizzano le cantine e lo facciamo affrontando il tema dei requisiti dei locali e delle attrezzature.

Ebbene, i locali, gli impianti, gli utensili utilizzati all’interno degli stabilimenti devono essere sottoposti a delle specifiche operazioni di ordinaria e straordinaria pulizia.

Essi, infatti, dopo essere stati accuratamente lavati e disinfettati devono essere risciacquati abbondantemente con acqua potabile per far sì che venga eliminato qualsiasi tipo di residuo dannoso per la salute.

Inoltre, all’interno delle cantine possono trovare spazio solo sostanze che sono state ammesse dalla legislazione nazionale ed europea (sul punto, si veda artt. 21 e 22, T.U. del vino).

Per quel che riguarda poi i recipienti destinati a contenere gli alimenti ma che ancora non sono stati utilizzati a tale scopo, devono riportare la frase: “per contatto con i prodotti alimentari” (o altro tipo di dizione affine), il nome e la sede dell’azienda produttrice, nonché qualsiasi tipo di indicazione che permetta la loro rintracciabilità e il ritiro nel caso dovessero sorgere problematiche connesse al loro impiego.

In ordine, infine, ai depositi, essi devono possedere caratteristiche di costruzione ed impianti che siano idonei a soddisfare le esigenze di buona conservazione degli alimenti.

Un ulteriore aspetto fondamentale è costituito dalle norme igieniche che regolano il personale. Gli addetti alla preparazione delle sostanze alimentari, infatti, devono indossare adeguati indumenti di colore chiaro e cuffie che contengano i capelli. Inutile specificare come tutti gli indumenti e gli accessori su indicati debbano essere in uno stato di assoluta pulizia, così come il personale deve curare in maniera molto scrupolosa la propria igiene personale al fine di evitare contaminazioni dei prodotti lavorati.

A questo punto, il prodotto alimentare – nel nostro caso, il vino – è stato prodotto secondo le migliori tecniche enologiche e nel rispetto delle norme igieniche che regolano il settore: occorre, quindi, trasportarlo verso i luoghi in cui verrà venduto.

Ecco che, in questo senso, il legislatore ha dettato tutta una serie di norme che regolano anche il micro-settore del trasporto delle sostanze alimentati. In questa sede basti sapere che anche i mezzi che trasportano le sostanze alimentari sono soggetti a stringenti regole in relazione ai loro requisiti. Infatti, è necessario che tali mezzi siano conformi ai requisiti igienici prescritti dalla legge (Reg. CE 852/04) per evitare la contaminazione o alti danni agli alimenti.

Inoltre, se i mezzi sono adibiti al trasporto di più tipologie di prodotti alimentari sarà necessario che, tra un carico e l’altro, gli ambienti del mezzo vengano adeguatamente ripuliti per evitare rischi di contaminazione.

Le cisterne, stante il fatto che sono destinate ad entrare in contatto diretto con il prodotto alimentare, devono essere accompagnate da una dichiarazione di conformità fornita dal costruttore; tale dichiarazione dovrà essere esibita ogni qual volta gli organi di controllo (polizia stradale, carabinieri, ecc.) ne facciano richiesta e in caso di assenza saranno presi dei provvedimenti di natura prevalentemente amministrativa volti, in prima battuta, ad evitare la circolazione del mezzo.

Infine, al termine di ciascun scarico – e prima di effettuare un nuovo carico – il mezzo deve essere adeguatamente ripulito mediante l’utilizzo di acqua potabile.

Una volta messo in commercio il prodotto potrebbe risultare, in qualsiasi modo, dannoso per la salute del consumatore e, al fine di evitare l’aggravarsi della situazione, sarà necessario procedere con il ritiro della merce difettata: in questo senso un ruolo determinante è attribuito alla tracciabilità e rintracciabilità del prodotto alimentare.

Prevista dal Reg. CE 178/02 quale elemento fondante il commercio delle sostanze alimentari, la rintracciabilità può essere definita come la possibilità di riuscire in ogni momento ad individuare il luogo in cui si trova l’alimento. La tracciabilità, invece, fa riferimento ai vari passaggi della filiera compiuti dall’alimento o dalla sostanza impiegata per la produzione dell’alimento.

Per quel che riguarda il vino, la legge garantisce elevati standard di tracciabilità e rintracciabilità. Ebbene, tali regole sono talmente elevate che proprio la Commissione europea si è pronunciata nel senso di non applicare il predetto regolamento al settore vitivinicolo italiano, poiché le norme interne offrono un grado di tutela perfino superiore di quelle sovranazionali (sul punto, si veda la nota del Mipaaf, 03.02.2005, prot. NF 349).

Un breve accenno, infine, deve essere fatto riguardo alla “ISO 9000”. Tale dizione indica un sistema di norme e linee guida redatte dalla Organizzazione internazionale per la normazione finalizzato ad assicurare che i processi aziendali siano contraddistinti da specifici livelli di efficacia ed efficienza nella realizzazione del prodotto, al fine di massimizzare il più possibile il grado di soddisfazione del cliente.

Come si ottiene la certificazione “ISO 9000”?

Innanzitutto, è necessario che l’azienda – affiancata da un professionista – rediga un apposito manuale in cui elenca le varie attività aziendali e i relativi processi produttivi; a questo punto, dovrà presentare domanda ad un organismo di certificazione corredata dal suddetto manuale, che verrà esaminato dall’organismo. Tale ente certificatore potrà, inoltre, chiedere integrazioni o modifiche del manuale, dopodiché procederà alla vera e propria verifica ispettiva per verificare in concreto il rispetto e l’attuazione dei processi descritti nella domanda.

Laddove l’esito della verifica sia positivo verrà rilasciata la certificazione, la quale avrà una durata limitata nel tempo e dovrà, pertanto, essere rinnovata periodicamente. Per di più nell’arco di questo periodo di validità potranno verificarsi nuove ispezioni “a sorpresa” tese a verificare il permanere dei requisiti inizialmente accertati; nel caso di esito negativo, la certificazione potrà essere revocata nonostante non sia ancora decorso il termine di validità.

La rassegna stampa dal mondo del vino…e non solo #Aprile18

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Come ogni mese si riportano gli articoli più importanti dei periodici del settore vitivinicolo e agroalimentare.

BUONA LETTURA!

  1. L’Avv. Gabriele Brandi sul tema dell’uso delle denominazione protetta in ambito vitivinicolo (Bere il Vino, 17.02.2018);
  2. Le sfide del nuovo Governo in ambito vinicolo: il punto (Wine News, 26.03.2018);
  3. Toscana regione più presente nel commercio online di vini (I Grandi Vini, 16.03.2018);
  4. Confcooperative non firma le proposte dei produttori UE sull’etichettatura (Bere il Vino, 09.03.2018);
  5. Giustizia europea: “la mafia si siede a tavola” non può essere un marchio europeo per la ristorazione (Il Fatto Alimentare, 22.03.2018);
  6. Vino, turismo e mobilità green: il punto di Repower e Seminario Veronelli (Bere il Vino, 26.03.2018);
  7. Curiosità: l’Italia è il primo Paese in Europa per il consumo di acqua in bottiglia (Il Fatto Alimentare, 26.03.2018);
  8. Il “Protocollo sostenibile” del Consorzio della Vernaccia (Wine News, 20.03.2018);
  9. Lezione sul Chianti Classico ad Harvard (I Grandi Vini, 15.03.2018);
  10. Via libera al marchio “Prodotto di montagna” (Il Fatto Alimentare, 20.03.2018).

Torna l’obbligo di indicare in etichetta la sede di produzione dell’alimento: cosa prevede la legge?

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Una delle esigenze maggiormente sentite nel nostro Paese è sicuramente quella relativa all’informazione sulla provenienza dei prodotti alimentari, anche in considerazione dell’estrema rilevanza che l’industria del settore ricopre all’interno dell’economia nazionale.

E’ proprio su queste considerazioni che il nostro legislatore ha deciso di introdurre nuovamente l’obbligo di indicare nell’etichetta dei prodotti alimentari la sede dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento.

Si tratta, come evidente, di un provvedimento che se da un lato tende a fornire maggiori informazioni al consumatore, nell’ottica di offrire una tutela sempre più accentuata nei confronti di quest’ultimo, dall’altro genera ed implementa notevolmente gli oneri per i produttori e gli operatori dell’industria del settore alimentare.

IL CONTENUTO

Ebbene, il D. Lgs. 145/2017 per quel che riguarda le definizioni di “alimento”, “impresa alimentare”, “operatore del settore alimentare”, “consumatore finale” e “alimento preimballato” fa esplicito riferimento alla normativa europea, in particolare al Regolamento (CE) n. 178/2002 e al Regolamento (UE) n. 1169/2011.

Come anticipato, all’art. 3 viene esplicitato l’obbligo di indicare sull’etichetta dei prodotti alimentare preimballati e destinati al consumatore finale o alla collettività la sede di produzione o, se diversa, di confezionamento.

Al comma 2 si fa, invece, riferimento a tutti quegli alimenti che vengono commercializzati e che saranno oggetto di successive trasformazioni: in questo caso l’indicazione della sede di produzione o confezionamento può essere indicata anche sui documenti commerciali, purché accompagnino l’alimento o siano stati inviati prima o contestualmente alla consegna.

All’art. 4, invece, vengono dettate tutta una serie di indicazioni concernenti la corretta indicazione della sede di produzione o confezionamento, nonché i casi in cui la stessa può essere omessa.

LE SANZIONI

L’art.5 prende in considerazione il trattamento sanzionatorio in caso di inosservanza delle disposizioni contenute nel decreto legislativo in questione. In questo caso la competenza ad irrogare le sanzioni è attribuita al Dipartimento dell’ICQRF territorialmente competente.

Il dato interessante è che in ogni singola ipotesi sanzionatoria viene apposta la clausola di riserva “salvo che il fato costituisca reato”; ciò potrebbe condurre, come già esplicato nel mio articolo sulla Rivista DGA, ad una paralisi di fatto del sistema sanzionatorio amministrativo, ravvisandosi in ciascuno di questi casi gli estremi per un’eventuale sanzione di natura penale.

ENTRATA IN VIGORE

Il presente decreto legislativo è stato pubblicato in G.U. il 7 ottobre 2017, pertanto ai sensi dell’art. 8 la sua applicazione decorrerà a partire dal giorno 5 aprile 2018; da quella data tutti gli operatori dell’industria alimentare saranno tenuti ad osservarne la disciplina. Ovviamente i prodotti che fino a questo momento sono stati immessi sul mercato o commercializzati sulla scorta della previgente normativa potranno continuare ad essere commercializzati sino ad esaurimento delle scorte.

Mendace indicazione della composizione del vino e contraffazione di IG e DO: la risposta della Cassazione

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La legge n. 99 del 2009 ha introdotto nel nostro Codice Penale, tra gli altri, l’articolo 517-quater che punisce “chiunque contraffà o comunque altera indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari” o “chi, al fine, di trarne profitto, introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita, pone in vendita con offerta diretta ai consumatori o mette comunque in circolazione i medesimi prodotti con le indicazioni o denominazioni contraffatte”.
Si tratta di un delitto doloso procedibile d’ufficio e punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa fino ad Euro 20.000.

Il reato è integrato dalle condotte di contraffazione o alterazione dei segni distintivi – ossia le indicazioni e le denominazioni – di origine geografica e da quella di introduzione nel territorio dello Stato, detenzione per la vendita, offerta in vendita ai consumatori e messa in circolazione dei prodotti con segni mendaci.

Tale nuova figura di reato afferma esplicitamente la rilevanza penale della contraffazione e alterazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari.

A ben vedere, si tratta di una tutela ben più ampia di quella offerta dall’art. 517 c.p. (vendita di prodotti industriali con segni mendaci), poiché l’art. 517-quater c.p. non richiede l’idoneità delle indicazioni fallaci ad ingannare il pubblico dei consumatori.

Un siffatto dato normativo intende, evidentemente, orientare la tutela legislativa verso gli interessi economici dei produttori titolati ad utilizzare le indicazioni geografiche o le denominazioni d’origine.

Inoltre, per la sussistenza di questo reato non è richiesto che l’origine del prodotto agroalimentare sia tutelata, ai sensi del codice della proprietà industriale, attraverso la registrazione di un marchio collettivo; in quest’ultimo caso, infatti, la condotta illecita sarà punibile ai sensi degli artt. 473 e 474 c.p.

Infine, occorre specificare come la punibilità del reato è subordinata al rispetto della normativa interna, comunitaria ed internazionale, posta a tutela delle indicazioni geografiche e denominazioni d’origine dei prodotti agroalimentari.

In tema di contraffazione e alterazione delle IG e DO agroalimentari si segnala, inoltre, un’interessante sentenza della terza sezione della Corte di Cassazione n. 28354 del 2016.

Il caso riguardava la contestazione del reato di cui all’art. 517-quater c.p., in relazione alla detenzione per la messa in commercio di bottiglie di vino privo di denominazione d’origine o indicazione geografica protetta, nella cui composizione non erano presenti tutta una seria di vigneti, i quali, tuttavia, erano falsamente indicati nel retro dell’etichetta.

Ebbene, la Cassazione ha affermato che siffatta ipotesi non configurerebbe una imitazione o riproduzione di una denominazione o indicazione geografica protette, poiché il vino in questione non era protetto da alcuna privativa e non recava la menzione di prodotti con DO o IG protette.

Peraltro, neppure la mendace indicazione dei vitigni utilizzati costituirebbe contraffazione o alterazione, poiché non sono i vitigni oggetto della protezione, bensì alcune tipologie di vino prodotte mediante il loro utilizzo.

A questo punto potrebbe sorgere una domanda: in casi di questo genere quali tutele offre l’ordinamento penale?

Ebbene, in casi analoghi, residuerà comunque in capo al produttore il reato di frode in commercio (art. 515 c.p.); ciò sulla base della c.d. “frode qualitativa”, concernente la diversa composizione del vino rispetto a quanto indicato in etichetta.

Sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione: inevitabilità della sanzione penale?

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Tra le tematiche che negli ultimi anni hanno attirato maggiormente l’attenzione degli operatori del settore alimentare – e quindi anche vitivinicolo – vi è sicuramente quella della conservazione delle sostanze e dei prodotti destinati al consumo.

Ciascun operatore, infatti, è tenuto oggi a rispettare regole estremamente rigide riguardo all’impiego delle sostanze alimentari, sia esse destinate alla vendita o alla preparazione di ulteriori prodotti.

Sul punto, la legge di riferimento è la 283 del 1962, ed in particolare l’art. 5 che vieta e sanziona l’impiego di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, alterate o con caratteristiche tali da costituire un pericolo per i consumatori; si tratta, peraltro, di una disposizione che occorre sempre tenere ben presente poiché laddove ne venga riscontrata la violazione l’operatore andrà incontro ad un illecito di natura penale con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Ma in concreto quando può dirsi sussistente l’illecito previsto dall’art. 5?

La Corte di Cassazione ha nel corso del tempo ampliato notevolmente i casi che possono comportare la violazione della norma in questione; si è giunti, pertanto, a sanzionare comportamenti anche solo potenzialmente a rischio per la salute dei consumatori. Muovendosi su questo tracciato la Cassazione ha recentemente condannato un operatore alimentare che aveva somministrato pietanze in stato di alterazione, nonostante tale stato fosse palesemente riconducibile al solo comportamento del fornitore. Ebbene, la Cassazione non ha fatto sconti, ritenendo che sussista in capo al distributore finale uno specifico dovere di vigilanza sullo stato dei prodotti[1].

Dovere di vigilanza che sussiste anche con riferimento a prodotti confezionati all’estero ed importati sul territorio nazionale: gli operatori italiani, infatti, dovranno verificare ed assicurarsi prima di avviare la commercializzazione del prodotto che lo stesso sia conforme ai requisiti stabiliti dalla legge italiana, poiché in caso contrario risponderanno del reato previsto dall’art. 5[2].

In ambito vinicolo, infine, è stata riconosciuta la violazione della norma nel caso di aggiunta ad un vino di acqua, poiché tale trattamento comportava l’alterazione della naturale composizione del prodotto[3]; e ciò, si badi bene, a prescindere dalla nocività del prodotto così ottenuto.

In conclusione, laddove si verifichi qualsiasi tipo di alterazione o contaminazione dei prodotti alimentari tali da generare un rischio per la salute dei consumatori, i soggetti che hanno posto in commercio tali sostanze risponderanno dell’illecito in maniera pressoché automatica, anche se concretamente non si sia verificato alcun danno alla salute dei consumatori medesimi.

[1] Cass. pen., 12.01.2018, n. 916;

[2] Cass. pen., 28.02.2017, n. 19604, rv. 270142;

[3] Cass. pen.,23.10.2013, n. 46183.

 

La rassegna stampa dal mondo del vino…e non solo #Marzo18

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Come ogni mese si riportano gli articoli più importanti dei periodici del settore vitivinicolo e agroalimentare.

BUONA LETTURA!

  1. Un’importante scoperta scientifica sulle piante di vite resistenti alla peronospora (WineNews, 26.02.2018);
  2. Wine Job: le prospettive lavorative nel mondo del vino (I Grandi Vini, 26.02.2018);
  3. Irregolare il 45% degli operatori del settore della carne: rapporto annuale dell’Ispettorato per la repressione delle frodi agroalimentari (Il Fatto Alimentare, 26.02.2018);
  4. Birrificio artigianale del Valdarno: quando la ricetta birraia incontra la ricetta culinaria (I Grandi Vini, 19.02.2018);
  5. La Francia vieta le gabbie per le galline ovaiole (Il Fatto Alimentare, 26.02.2018);
  6. Enoturismo: senza impegno politico non c’è crescita (Bere il Vino, 14.02.2018);
  7. Il Ministro Maurizio Martina traccia il bilancio di mandato (WineNews, 21.02.2018);