L’affitto di fondi rustici. Parte I.

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  1. Le differenze con il classico contratto di affitto

La prima differenza di rilievo del contratto di affitto del fondo rustico attiene alla natura produttiva dell’oggetto del contratto.

Sul punto, l’art. 1615 c.c., sotto la rubrica “gestione e godimento della cosa produttiva”, stabilisce che il conduttore deve curare la gestione della cosa, in conformità della destinazione economica di essa e nell’interesse della produzione, mentre gli spettano i frutti e le altre utilità della cosa.

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Le pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare: uno sguardo europeo.

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1) L’APPROCCIO EUROPEO

In merito al tema delle pratiche commerciali sleali all’interno della filiera alimentare tra imprese, sono stati adottati dalle istituzioni europee due provvedimenti, in linea con il contenuto del c.d. Libro Verde:

Tali documenti hanno, inoltre affrontato il tema degli strumenti di controllo e di tutela preposti a salvaguardia delle imprese per reprimere le suddette pratiche sleali.

Nel corso degli anni è andata, infatti, aumentando a livello europeo la consapevolezza che le pratiche commerciali sleali rappresentano una grave realtà del mercato agroalimentare.

Nonostante tali pratiche siano state oggetto di puntuale (ma non definitiva) definizione da parte  del Libro Verde, la Commissione europea ha preso atto di un quadro normativo a livello degli Stati membri non idoneo al contrasto di tali pratiche lungo la filiera.

Il dato preoccupante è dato, inoltre, dagli effetti che tali pratiche possono recare al funzionamento dei rapporti tra imprenditori agricoli e industriali lungo la filiera; si tratta molto spesso di condizioni contrattuali non precise, ambigue o incomplete, del trasferimento eccessivo e imprevedibile di costi e rischi sulla controparte più debole, di uso di informazioni riservate e non autorizzate, sino alla cessazione o all’interruzione non giustificata del rapporto commerciale.

E’ evidente, pertanto, come tali comportamenti possono arrecare seri pregiudizi a tutti i livelli della filiera.

2) LE PRATICHE SLEALI MAGGIORMENTE DIFFUSE NELLA FILIERA ALIMENTARE

E’ pur vero che le pratiche commerciali sleali arrecano molteplici danni in ogni settore ed ambito del commercio e dello scambio di merci.

Ma allora perché in ambito alimentare è così sentito?

I comportamenti sleali quando si producono nella filiera alimentare sono particolarmente problematici a causa di molteplici fattori:

  • per la specificità del bene, gli alimenti, che è l’oggetto della contrattazione;
  • per le specifiche caratteristiche degli stessi alimenti, tra cui in particolare la sua stagionalità e deperibilità che segnano notevolmente i tempi della negoziazione tra imprenditori;
  • per la particolare dinamica del mercato agroalimentare e, quindi, per il contesto normativo di riferimento;

La forma più comune di pratica commerciale è rappresentata da clausole ambigue e non ben definite circa l’ambito di applicazione, che consentono alla parte contrattualmente più forte di imporre ulteriori obblighi alla parte più debole.

Inoltre, le principali categorie di pratiche commerciali, quando incidono nella fase pre-negoziale, sono spesso rappresentate dal trasferimento abusivo dei rischi commerciali alla parte più debole a cui sono imposti obblighi (ad es. il finanziamento di attività commerciali, obblighi risarcitori per la perdita del prodotto, ecc.).

Possono anche essere rappresentate dalla mancanza della stipulazione scritta del contratto, che determina, per la parte più debole, l’impossibilità di fare ricorso a un atto scritto.

Quanto agli atti sleali posti in essere durante la vigenza del contratto, essi possono concretizzarsi in:

  • modifiche retroattive di condizioni contrattuali non precise, ambigue o incomplete;
  • nell’uso abusivo delle informazioni attraverso cui la parte più forte le impiega per sviluppare un prodotto concorrente e quindi privando la parte più debole dei frutti della sua innovazione;
  • nella minaccia di una risoluzione non giustificata del rapporto commerciale oppure priva di un congruo preavviso, tale da trasformare un atto di per sé legittimo in mezzo per intimidire la parte più debole ed ottenere dalla stessa condizioni contrattuali più favorevoli.

E’ evidente, inoltre, che quando tali pratiche sono  applicate in maniera imprevedibile, esse possono determinare la perdita del prodotto, comportare costi ingiustificati, generare profitti inferiori alle attese o provocare gravi indebitamenti.

Indirettamente tali pratiche si ripercuotono anche sul funzionamento della filiera alimentare non solo in termini di efficienza, ma altresì generando un aumento dei costi per i consumatori.

Oppure, per l’incapacità di raggiungere il mercato in tempi utili, possono tradursi in sprechi alimentari.

3) DIVERGENZE TRA COMMISSIONE E PARLAMENTO EUROPEO

Nonostante sia la Commissione che il Parlamento Europeo riconoscano la centralità della problematica legata alla diffusione delle pratiche commerciali sleali in ambito alimentare, vi è assoluta divergenza in ordine alle modalità con cui risolvere (o quantomeno arginare) il problema.

La Commissione si propone di affrontare gli squilibri che emergono nelle relazioni contrattuali presenti nella filiera agroalimentare in linea con quelli che sono i principi cardine in materia di antitrust, ossia il perseguimento dell’efficienza del mercato così da addivenire ad una migliore tutela degli interessi dei consumatori.

Il Parlamento europeo, invece, è convinto di riuscire a risolvere le problematiche ponendo in stretta connessione le questioni relative alla filiera alimentare con quelle della Politica Agricola Comunitaria (PAC), in considerazione anche di quanto sancito dall’art. 39 TFUE.

Articolo 39

1. Le finalità della politica agricola comune sono:

a) incrementare la produttività dell’agricoltura, sviluppando il progresso tecnico, assicurando lo sviluppo razionale della produzione agricola come pure un impiego migliore dei fattori di produzione, in particolare della manodopera;

b) assicurare così un tenore di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento del reddito individuale di coloro che lavorano nell’agricoltura;

c) stabilizzare i mercati;

d) garantire la sicurezza degli approvvigionamenti;

e) assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori.

2. Nell’elaborazione della politica agricola comune e dei metodi speciali che questa può implicare, si dovrà considerare:

a) il carattere particolare dell’attività agricola che deriva dalla struttura sociale dell’agricoltura e dalle disparità strutturali e naturali fra le diverse regioni agricole;

b) la necessità di operare gradatamente gli opportuni adattamenti;

c) il fatto che, negli Stati membri, l’agricoltura costituisce un settore intimamente connesso all’insieme dell’economia

 

Il regime di scambio dei prodotti vinicoli nel mercato europeo ed internazionale. Parte I

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INTRODUZIONE

Lo scambio dei prodotti vinicoli con i Paesi terzi (ossia al di fuori dell’UE) non è espressamente disciplinato dal Reg. CE 1308/13.

E’ rimesso, infatti, alla Commissione il potere di disciplinare di volta in volta singoli rapporti sulla base dei trattati internazionali stipulati tra i vari Paesi dell’Unione con Stati esteri.

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I controlli di conformità al disciplinare di produzione

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Nello scorso articolo avevamo definito il disciplinare di produzione e ne avevamo analizzati i requisiti obbligatori e facoltativi previsti sia dalle norme europee che nazionali.

Vediamo adesso come sono strutturati i controlli di conformità da parte dei vari organismi di controllo.

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Il disciplinare di produzione: natura e struttura

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1. COS’E’ IL DISCIPLINARE DI PRODUZIONE

Il disciplinare di produzione rappresenta uno strumento che “stabilisce i parametri minimi che conferiscono determinati connotati al prodotto affinché possa venire identificato nella sua fisionomia tradizionale conosciuta”.

Si tratta, infatti, di un sistema di regole tecniche che sono prodotte dall’autorità pubblica con il contributo dei rappresentati di categoria, di esperti del settore vinicolo e di tutti coloro che sono interessati a sfruttare a livello economico la denominazione.

Ad oggi il disciplinare è un prodotto della Commissione UE che è competente alla sua approvazione; tuttavia, l’efficacia del disciplinare si sviluppa non solo nei confronti dei soggetti appartenenti allo Stato in cui la denominazione viene prodotta, ma altresì a tutti i cittadini dell’Unione Europea.

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La produzione del “vino biologico”

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  1. UN SETTORE IN COSTANTE ESPANSIONE

Il termine “biologico” in ambito agro-alimentare fa riferimento, in primis, ad un sistema globale di gestione dell’azienda e della produzione alimentare che unisce non solo le migliori pratiche ambientali, ma anche la salvaguardia e il corretto sfruttamento delle risorse naturali, nonché l’utilizzo in larga parte di prodotti e procedimenti naturali.

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L’etichettatura dei vini

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1. LE FONTI

Con il termine “etichettatura” il Regolamento 1169/11 intende le menzioni, indicazioni, marchi di fabbrica o di commercio, immagini o simboli che si riferiscono ad un prodotto alimentare e figuranti su qualsiasi imballaggio, documento, cartello, etichetta, anello o fascetta che accompagni tale prodotto o che ad esso si riferisca.

Il Regolamento appena citato si applica, tuttavia, al settore alimentare in generale.

Quanto al settore vitivinicolo, invece, il Legislatore europeo ha voluto individuare norme specifiche, che si trovano all’interno del Regolamento 1308/13.

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Il caso “Parmesan” e il c.d. “italian sounding”

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Come abbiamo visto le DOP e le IGP possono essere utilizzate da qualsiasi produttore, purché ne rispetti il relativo disciplinare di produzione, così come previsto dall’art. 103 del Reg. UE n. 1308 del 2013.

I maggiori problemi sorgono, tuttavia, nel momento in cui le suddette denominazioni (e indicazioni) vengono utilizzate nonostante i prodotti non siano conformi al disciplinare, oppure vengono posti in essere degli abusi volti a “cavalcare” la fama di un prodotto. In definitiva, tutti quei comportamenti che possono indurre in errore il consumatore circa l’effettiva origine del bene.

A questo proposito, appare utile analizzare la c.d. sentenza “Parmesan” della Corte di Giustizia UE del 26 febbraio 2008, C-132/05.

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La procedura per la richiesta di protezione europea. Parte II.

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Riprendiamo il filo del discorso iniziato con lo scorso articolo sulla procedura per richiedere ed ottenere la protezione europea.

In particolare eravamo rimasti alla pubblicazione del parere da parte del Comitato e la successiva fase delle osservazioni da parte dei soggetti interessati. Tale fase culmina, infine, con la trasmissione della domanda alla Commissione UE.

1. La registrazione europea

Come detto, una volta conclusa l’istruttoria in sede nazionale inizia la fase di esame della domanda da parte della Commissione Ue, la quale esaminerà tutta la documentazione pervenuta dallo Stato.

A questo punto, possono verificarsi 3 eventualità:

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