Il caso “Parmesan” e il c.d. “italian sounding”

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Come abbiamo visto le DOP e le IGP possono essere utilizzate da qualsiasi produttore, purché ne rispetti il relativo disciplinare di produzione, così come previsto dall’art. 103 del Reg. UE n. 1308 del 2013.

I maggiori problemi sorgono, tuttavia, nel momento in cui le suddette denominazioni (e indicazioni) vengono utilizzate nonostante i prodotti non siano conformi al disciplinare, oppure vengono posti in essere degli abusi volti a “cavalcare” la fama di un prodotto. In definitiva, tutti quei comportamenti che possono indurre in errore il consumatore circa l’effettiva origine del bene.

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La procedura per la richiesta di protezione europea. Parte II.

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Riprendiamo il filo del discorso iniziato con lo scorso articolo sulla procedura per richiedere ed ottenere la protezione europea.

In particolare eravamo rimasti alla pubblicazione del parere da parte del Comitato e la successiva fase delle osservazioni da parte dei soggetti interessati. Tale fase culmina, infine, con la trasmissione della domanda alla Commissione UE.

1. La registrazione europea

Come detto, una volta conclusa l’istruttoria in sede nazionale inizia la fase di esame della domanda da parte della Commissione Ue, la quale esaminerà tutta la documentazione pervenuta dallo Stato.

A questo punto, possono verificarsi 3 eventualità:

  • La Commissione ritiene che non sussistano le condizioni prescritte dal regolamento: in  questo caso la domanda sarà respinta;
  • La Commissione ritiene la documentazione insufficiente: l’organo comunitario informerà il richiedente concedendo 2 mesi di tempo per le integrazioni che, se non pervenute, comporteranno la declaratoria di inammissibilità della domanda;
  • La Commissione ritiene che sussistano tutte le condizioni per l’accoglimento della domanda: in questo caso la richiesta verrà approvato e verranno pubblicati il documento unico sul disciplinare e la data dell’avvenuta pubblicazione della proposta a livello nazionale.

Una volta accolta la richiesta da parte della Commissione le norme del disciplinare acquisiranno efficacia erga omnes e la natura di fonte normativa secondaria. Tuttavia, la piena efficacia della denominazione si avrà con la sua iscrizione nel Registro delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette. La protezione si applicherà, infine, al nome intero, compresi i suoi elementi costitutivi.

Occorre rilevare, peraltro, come l’esame che effettua la Commissione è un esame di legittimità – quindi di natura formale – della richiesta presentata a livello nazionale.

A livello nazionale, invece, il ministero competente provvederà a pubblicare sul proprio sito e sulla Gazzetta Ufficiale il disciplinare di produzione così come approvato dalla Commissione UE.

La registrazione europea ha importanti risvolti anche nel nostro diritto interno, poiché da quel momento si crea un vero e proprio diritto di esclusiva, la cui violazione comporta il verificarsi di un fatto di concorrenza sleale, sanzionato ai sensi dell’art. 2598 c.c.

Una volta ottenuta l’approvazione della Commissione, infine, l’interessato deve annotare le superfici vitate delle DO e IG nello schedario viticolo nazionale con le specifiche destinazioni produttive.

Ma cosa succede nel periodo che intercorre tra la presentazione della domanda e l’approvazione da parte della Commissione UE?

In questo caso, se il soggetto interessato ne ha fatto espressa richiesta al momento di presentazione della domanda, il Mipaaf può concedere l’utilizzo della denominazione attraverso un decreto di etichettatura transitoria.

Tuttavia, se la domanda dovesse essere in seguito respinta i prodotti in circolazione sino a quel momento dovrebbero essere immediatamente ritirati dal commercio, secondo quanto stabilito dal decreto del Ministero del 07.11.2012.

 

2. L’opposizione alla registrazione

Si tratta di una procedura che può essere attivata da ciascun Stato membro diverso da quello che ha richiesto la protezione, nonché dalle persone fisiche e giuridiche che abbiano un legittimo interesse. Quanto alle persone fisiche e giuridiche, tuttavia, esse non possono agire direttamente ma devono farlo per il tramite delle autorità dello Stato.

L’opposizione deve essere presentata entro 2 mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE e deve consistere in un atto motivato che individui espressamente l’assenza delle condizioni di ammissibilità alla protezione.

Occorre segnalare, inoltre, come essendo legittimati solo quei soggetti che hanno subito e temono di ricevere un pregiudizio dall’atto di protezione, la giurisprudenza europea ha sancito come non siano legittimati alla proposizione dell’opposizione né i consorzi volontari, né le associazioni costituite con il fine di proporre l’opposizione.

 

3. L’uso (il)legale delle DO e IG

Ciascuna DO e IG protetta può essere utilizzata da qualsiasi operatore a patto che rispetti il disciplinare di produzione e al contempo sono previste tutta una serie di misure volta ad evitare il loro utilizzo scorretto.

Le autorità dei singoli Stati e ogni interessato può richiedere alla Commissione UE di adottare misure necessarie per far cessare l’uso illegale del nome protetto, impedendone la commercializzazione o esportazione.

 

 

La vendita diretta al pubblico dei prodotti vinicoli

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In questo articolo vedremo quali sono i requisiti e le formalità che ciascun imprenditore vinicolo – e in generale agricolo – deve adempiere per poter vendere direttamente al pubblico i suoi prodotti.

Agli imprenditori agricoli, infatti, è riconosciuta la facoltà di vendere al pubblico i propri prodotti al pubblico senza doversi munire di una specifica autorizzazione commerciale.

L’unico adempimento che è richiesto a tali tipologie di imprenditori è l’iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese, così come previsto dall’art. 2135 c.c.; sul punto, occorre conoscere l’art. 4, D.Lgs. 228/2001, che sancisce come “gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese […] possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le norme vigenti in materia di igiene e sanità“.

Per quel che riguarda, invece, la vendita in forma itinerante occorre darne comunicazione al comune del luogo dove ha sede l’azienda di produzione e può essere esercitata dopo 30 giorni dal ricevimento della comunicazione, la quale deve contenere le generalità del soggetto richiedente, la registrazione al registro delle imprese, il luogo dove si trova l’azienda, quali prodotti si intende vendere e le modalità di vendita.

Nessun limite può essere, infine, posto con riferimento alla vendita dei prodotti agricoli su superfici private, purché ovviamente siano nella legittima disponibilità dell’imprenditore agricolo (sul punto, si veda la nota del Mipaaf 07.08.2015, n. 2855).

Tali agevolazioni in tema di vendita diretta comprendono anche tutti quei prodotti ottenuti a seguito della manipolazione o trasformazione di prodotti agricoli.

Le disposizioni comuni relative al commercio si applicano, tuttavia, qualora l’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti non derivanti dall’azienda nell’anno solare antecedente sia superiore ai 160mila euro, se si tratta di imprenditori singoli, ovvero 4 milioni per le società.
In questi casi, pertanto, nessuna facilitazione in materia di vendita diretta.

Il T.U. del vino stabilisce, poi, all’art. 87 che la somministrazione dei prodotti Dop o Igp può essere effettuata dalle aziende agricole che si trovano lungo le c.d. strade del vino previa presentazione al comune di appartenenza di opportuna Scia in deroga alle disposizioni che regolano l’insediamento e l’attività dei pubblici esercizi. Anche in questo caso è necessario che vengano rispettati i requisiti igienico-sanitari e che tale attività di somministrazione sia secondaria rispetto all’attività prevalente delle aziende vitivinicole sulle strade del vino.

A questo punto occorre esaminare anche la vendita a mezzo Internet

Si tratta, infatti, di uno strumento in forte espansione ma che presenta alcune peculiarità dovute proprio all’utilizzo del mezzo telematico.

I produttori che intendono vendere i propri prodotti agricoli via Internet devono inviare al comune del luogo dove ha sede l’azienda di produzione una comunicazione di inizio attività. 

Per quel che riguarda la vendita di prodotti alcolici vale anche in questo il divieto di vendita ai minori, così come previsto dalla L. 125/2001 e dall’art. 689 c.p.; sul punto, il Mipaaf ha sancito che per non incorrere nel reato di cui all’art. 689 c.p. il produttore deve ottenere la carta d’identità del consumatore unitamente ad una dichiarazione resa sotto la sua responsabilità che ne attesti l’autenticità. Trattandosi, nella maggior parte dei casi, inoltre, di vendite a distanza occorre specificare sempre la facoltà di recesso del consumatore dall’acquisto entro i termini di legge.

I maggiori problemi della vendita di alcolici su Internet concernono, tuttavia, la differente tassazione delle accise specie per i piccoli produttori.

Per quel che riguarda la spedizione del vino verso un Paese in cui viene applicata l’accisa – che invece in Italia è esclusa – occorre che venga effettuato un deposito fiscale nel Paese di destinazione.
Il piccolo produttore (ossia colui che produce meno di mille ettolitri all’anno), invece, può emettere il documento MVV anche se taluni Stati richiedono il c.d. documento elettronico e-AD.

 

La procedura per la richiesta di protezione europea. Parte I.

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La procedura per ottenere la protezione europea è finalizzata all’approvazione da parte dell’Unione Europea di denominazioni di origine o di indicazione geografiche.

La procedura si sviluppa in 2 fasi, l’una a livello nazione, l’altra a livello europeo e termina con la pubblicazione delle DO o IG nella Gazzetta Ufficiale dell’UE assieme al loro disciplinare di produzione.

  1. La domanda di presentazione 

Il reg. 1308/13 all’art. 94 prevede che la domanda di protezione debba contenere:

  • il nome di cui si richiede la protezione;
  • il nome ed indirizzo del richiedente;
  • il disciplinare di produzione;
  • il c.d. fascicolo tecnico

Per quel che riguarda il fascicolo tecnico, occorre specificare che dovrà contenere, in forma riassuntiva, le informazioni contenute nel disciplinare di produzione, nonché tutta una serie di informazioni concernenti la tipologia del vino (ad es. caratteristiche organolettiche ed analitiche), l’indicazione del provvedimento nazionale di approvazione e il legame con la zona geografica (ad es. sistemi di potatura, nome degli organismi deputati alle verifiche sul rispetto del disciplinare, tecniche di coltivazione, ecc.).

Con riferimento, invece, al disciplinare di produzione, esso deve comprendere:

  • il nome di cui si chiede la produzione;
  • descrizione del vino;
  • le caratteristiche analitiche ed organolettiche;
  • delimitazione della zona;
  • resa massima per ettaro;
  • tipologie di uve da vino;
  • elementi da cui desumere il collegamento tra area geografica e qualità del vino;
  • le condizioni applicabili ad un’organizzazione che gestisce la DO o la IG che siano compatibili con il diritto dell’Unione Europea;
  • i soggetti titolari dei poteri concernenti la verifica del rispetto del disciplinare.

2. Soggetti legittimati

L’art. 95 del reg. 1308/13 stabilisce che la domanda di protezione può essere presentata da:

  • un gruppo di produttori;
  • un singolo produttore;

In quest’ultimo caso, tuttavia, occorre che quel singolo produttore dimostri di essere l’unico della zona delimitata, oppure che si trovi in un’area delimitata da DO o IG che possiedono caratteristiche diverse dalla propria (art. 2, reg.607/09).

Ciascun Stato membro è, inoltre, tenuto ad elaborare le norme che regolano l’esame della domanda e garantirne un’adeguata pubblicità, al fine di consentire ai soggetti che vantano un interesse legittimo entro due mesi dalla pubblicazione di presentare opposizione motivata. Per quel che concerne l’Italia tali norme sono confluite nel D.M. 7 novembre 2012, che si applica – con le opportune correzioni interpretative – nonostante sia antecedente alla Regolamento comunitario.

Sul punto, occorre segnalare come la legittimazione alla presentazione della domanda coinvolta anche i consorzi di tutela e le associazioni, entrambi rientranti nella definizione legislativa di “gruppo”. Per quel che riguarda, tuttavia, le associazioni occorre che le stesse abbiano tra gli scopi sociali la registrazione comunitaria della denominazione e che le stesse dispongano per statuto di non sciogliersi sino a quando non avranno raggiunto tale obiettivo.

Qualora, infine, siano presentate più domande per la stessa denominazione sarà compito della Regione scegliere quella più rappresentativa sulla base delle imprese interessate e per il quantitativo di produzione.

3. Procedura regionale

La domanda di protezione deve essere presentata al Mipaaf – Dipartimento delle politiche competitive del mondo rurale e della qualità – Direzione generale dello sviluppo agroalimentare e della qualità – Ufficio SAQ, attraverso la Regione.

Ricevuta la domanda, la Regione effettuerà la relativa pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione e disporrà di 90 giorni (termine ordinatorio) per effettuare i dovuti accertamenti sulla sua regolarità formale (legittimazione del soggetto che ha presentato la domanda, completezza della documentazione, corrispondenza del disciplinare con le norme comunitarie). Al fine di valutare al meglio la domanda, la Regione potrà chiedere ulteriori chiarimenti ai soggetti proponenti, i quali hanno 90 giorni per fornire le informazioni richieste (termine perentorio).

Esaurita questa prima fase, la Regione trasmetterà la domanda al Mipaaf corredata dal proprio parere e dalla pubblicazione della richiesta sul Bollettino.

4. La fase ministeriale e il pubblico accertamento

A questo punto il procedimento amministrativo risulta piuttosto cadenzato.

Entro 45 dalla ricezione della domanda dalla Regione, il Ministero deve dare avvio alla procedura avvalendosi del Comitato Nazionale Vini Dop e Igp (art. 40, T.U. del vino), valutando la documentazione proposta e la conformità della stessa alle norme comunitarie.

Laddove si verifichino questioni controverse oppure sia necessario un confronto con la Regione sarà convocata una conferenza di servizi per esaminare congiuntamente tali problematiche e, in caso di esito negativo della conferenza, il Ministero emanerà un provvedimento di rigetto avverso il quale è possibile proporre ricorrere dinanzi all’Autorità Giudiziaria.

Nel caso, invece, in cui non emergano elementi di rigetto, il Mipaaf convoca entro 60 giorni la riunione di pubblico accertamento, incaricando altresì la Regione e il soggetto richiedente a dare comunicazione della data, dell’ora e del luogo della riunione a tutti gli altri soggetti interessati che sono legittimati ad intervenire, ai sensi della L. 241/90 sul procedimento amministrativo. Tale partecipazione può avvenire sia in forma orale – e, pertanto, tale contributo sarà verbalizzato nel corso della riunione – sia in forma scritta, attraverso al presentazione di memorie scritte e documenti.

Entrambi tali tipologie di contributi dovranno, ovviamente, essere pertinenti all’oggetto della richiesta ed, in tal senso, un forte potere discrezionale è attribuito al Comitato che, comunque, dovrà sempre motivarne un eventuale rigetto.

A questo punto è tutto pronto per il parere del Comitato che può anche discostarsi da quanto emerso nel corso del pubblico accertamento, purché, anche in questo caso, tale scelta sia opportunamente motivata.

5. Pubblicazione del parere e successive osservazioni

Laddove il parere del Comitato sia favorevole alla domanda, il Mipaaf provvede alla pubblicazione della proposta di disciplinare sulla Gazzetta Ufficiale.

Occorre precisare che il parere del Comitato è obbligatorio ma non vincolante per il Ministero, il quale può anche discostarsene qualora si pongano contrasti con ulteriori interessi pubblici e pubblicistici.

Ad ogni modo, entro 60 giorno dalla pubblicazione della proposta, i soggetti interessati possono presentare osservazioni motivate e documentate, chiedendo il riesame della domanda. In tale ipotesi, il Mipaaf chiede al soggetto che ha presentato la domanda di protezione di fornire controdeduzioni.

A questo punto, ricevute le osservazioni, il Mipaaf entro 30 giorni dovrà convocare una conferenza dei servizi a cui parteciperanno il presidente del Comitato (o delegato), un rappresentante della Regione, il soggetto che ha presentato la domanda e quello che ha presentato osservazioni.

Laddove tali osservazioni vengano accolte, si provvederà ad una modifica del disciplinare che sarà inviato al ricorrente per accettazione che avverrà mediante la firma del predetto disciplinare. Nel caso, invece, in cui le modifiche non siano accettate la pubblicazione avverrà secondo il testo approvato inizialmente dal Ministero.

In entrambe le ipotesi, i soggetti interessati – e che vantano, pertanto, un interesse contrario a quanto sancito dall’Autorità Pubblica – potranno ricorre in sede giurisdizionale dinanzi al TAR del Lazio.

Esaurita tale fase istruttoria, il Ministero provvederà, infine, a inviare la domanda alla Commissione UE corredata dal nome ed indirizzo del richiedente, dal testo del disciplinare, dalla dichiarazione di conformità della domanda alle condizioni imposte dal Regolamento con gli estremi dell’avvenuta pubblicazione in sede nazionale.

 

 

I contratti di cessione dei prodotti agricoli ed alimentari: il quadro generale

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La cessione dei prodotti alimentari ed agricoli è oggetto di specifica disciplina, prevista dall’art. 62 del D.L. 1/2012 convertito, con modificazioni, con la L. 62/2012.

Secondo quanto previsto dalla legge, le relazioni commerciali ad oggetto lo scambio di tali prodotti devono avvenire, innanzitutto, a mezzo di contratto stipulato in forma scritta, con l’indicazione, altresì, della durata, delle quantità e delle caratteristiche dei prodotti. Altri requisiti previsti obbligatoriamente sono il prezzo di vendita, le modalità di consegna dei prodotti e la reciproca corrispettività delle prestazioni (ossia lo scambio di una prestazione con una controprestazione).

Al secondo comma vengono, invece, posti alcune modalità di conclusione dei contratti che sono vietate. In particolare sono vietati i contratti che:

  1. Impongono (anche indirettamente) condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, oppure condizioni extracontrattuali o retroattive;
  2. Prevedono condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti;
  3. Subordinano l’esistenza o la conclusione del contratto stesso a prestazioni da parte di taluno dei contraenti che non hanno alcuna connessione con l’oggetto;
  4. Sono tesi a conseguire indebite prestazioni unilaterali che non trovano giustificazione nella natura o nell’oggetto del contratto;

Infine, è vietato porre in essere qualsiasi tipo di condotta commerciale sleale, tenuto anche conto del complesso delle relazioni commerciali che contraddistinguono il sistema di approvvigionamento.

Quanto, poi, ai termini di esecuzione dei pagamenti, occorre distinguere a seconda che si tratti di prodotti deteriorabili o meno. Nel primo caso, infatti, il pagamento dovrà avvenire entro 30 giorni, nel secondo caso entro 60 giorni; i termini decorrono dall’ultimo giorno del mese di ricevimento della fattura.

Il Mipaaf, inoltre, con Decreto del 19 ottobre 2012, n. 199 ha disciplinato le modalità di emissione della fattura e i criteri per determinarne la data di ricevimento, ai fini del calcolo degli interessi dovuti al creditore.

Anche l’AGCM – Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato – ha elaborato, in data 6 febbraio 2013, un Regolamento sulle procedure istruttorie in ordine alle presenti operazioni commerciali.

Ebbene, la violazione dei requisiti per i predetti contratti di cessione non solo integra una causa di nullità del contratto, ma comporta anche una sanzione di natura amministrativa che va dai 1.000 ai 40.000 Euro.

Nel caso, invece, di comportamenti vietati ai sensi del comma 2, il trasgressore sarà soggetto ad una sanzione che va dai 2.000 ai 50.000 Euro.

Ed ancora, nel caso in cui il debitore non rispetti i termini di pagamento previsti dalla norma potrà essere condannato al pagamento di una sanzione pecuniaria da 500 a 500.000 Euro; è evidente come in questo caso la forbice della sanzione sia estremamente elevata: questo perché in concreto l’importo dovrà essere determinato avuto riguardo al fatturato dell’azienda cessionaria, della ricorrenza e dell’entità dei ritardi nel pagamento.

Competente ad irrogare le suddette sanzioni è l’AGCM (Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato), che deve anche vigilare sul rispetto di tali norme; tuttavia, per tali mansioni può anche servirsi dell’operato della Guardia di Finanza.

I controlli possono avvenire sia d’ufficio – ossia in maniera spontanea da parte delle forze dell’ordine – oppure su segnalazione dell’ICQRF, nonché di qualunque soggetto interessato.

Infine, appare utile segnalare come restano impregiudicate le azioni di risarcimento del danno derivanti dalla violazione delle disposizioni del presente articolo, anche qualora siano promosse dalle associazioni dei consumatori o di categoria. Le stesse associazioni possono, inoltre, agire ai sensi dell’art. 669-bis e ss. c.p.c. per richiedere l’inibitoria dei comportamenti in violazione della presente legge.

La procedura di autorizzazione per i nuovi impianti di vigneti

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Il Regolamento comunitario n. 1308 del 2013 agli articoli 62 e segg. sancisce il regime delle autorizzazioni ad impiantare nuovi vigneti (in vigore dal 1° gennaio 2016 fino al 31 dicembre 2030).

Tale regolamentazione è finalizzata sia a consentire la selezione delle coltivazioni sulla scorta dei diversi obiettivi dei produttori, sia a tenere sotto controllo il potenziale produttivo vitivinicolo.

Ebbene, il Mipaaf con decreto n. 12272 del 15 dicembre 2015 ha dato attuazione a livello nazione del suddetto regolamento dettando le condizioni che devono sussistere affinché lo Stato rilasci le autorizzazioni all’impianto di nuovi vigneti.

Il sistema che regola il rilascio di dette autorizzazioni è sviluppato su due piani, l’uno regionale, l’altro statale.

Per quel che riguarda la competenza regionale, essa – a seguito dell’approvazione del decreto n. 527 del 2017 – consiste nella possibilità di intervenire all’intero del territorio di competenza al fine di stabilire i criteri di priorità; ciò nell’ottica di incrementare la produttività adeguandola alla competitività delle imprese che agiscono sul territorio.

Con riferimento alla competenza dello Stato, essa si identifica con la rimozione degli ostacoli normativi che ostano all’impianto del nuovo vigneto e, pertanto, al rilascio della vera e propria autorizzazione.

Sul punto, è bene segnalare l’art. 7-bis del Decreto 527/17 che stabilisce come dal 2017 “le Regioni possono applicare, per una percentuale complessiva pari al 50 per cento della superficie di cui all’articolo 9, comma 5, i seguenti criteri di priorità:

a) superfici da adibire a nuovi impianti nell’ottica di accrescere le dimensioni di aziende piccole e medie di cui al paragrafo 2, lettera h) dell’articolo 64 del Regolamento e l’allegato II del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se sono rispettate le condizioni seguenti:

1) la complessiva superficie aziendale è compresa tra 0,5 ettari e 50 ettari, tuttavia in tale ambito le Regioni possono definire un intervallo inferiore;

2) il richiedente, al momento della richiesta possiede una superficie vitata che non fruisce delle esenzioni di cui all’articolo 1 del Regolamento delegato;

b) superfici in cui l’impianto di vigneti contribuisce alla conservazione dell’ambiente di cui al paragrafo 2, lettera b) dell’articolo 64 del Regolamento e l’allegato II del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se i richiedenti sono già viticoltori al momento di presentare la richiesta e hanno effettivamente applicato le norme relative alla produzione biologica di cui al regolamento (CE) n. 834/2007del Consiglio e, se applicabile, al regolamento (CE) n. 889/2008 della Commissione all’intera superficie vitata delle loro aziende per almeno cinque anni prima di presentare la richiesta;

c) organizzazioni senza scopo di lucro con fini sociali che hanno ricevuto terreni confiscati per reati di terrorismo e criminalità di altro tipo di cui all’allegato II paragrafo I, lettera II, del Regolamento delegato. Tale criterio è considerato soddisfatto se il richiedente è una persona giuridica, a prescindere dalla sua forma giuridica, e se sono soddisfatte le condizioni seguenti:

1) il richiedente è un’organizzazione senza scopo di lucro che esercita esclusivamente attività a fini sociali;

2) il richiedente usa i terreni confiscati solo ai propri fini sociali a norma dell’articolo 10 della direttiva 2014/42/UE del Parlamento europeo e del Consiglio;

3) i richiedenti che rispettano questo criterio si impegnano, per un periodo di 5 anni, a non affittare né vendere la o le superfici di nuovo impianto ad altra persona fisica o giuridica. Tale periodo non si estende oltre il 31 dicembre 2030.

2. Ciascuna Regione, entro il 30 gennaio di ogni anno, comunica al Ministero secondo la tabella riportata nell’Allegato II, la ponderazione da attribuire ad ognuno dei criteri di cui al comma 1, associando un valore individuale compreso tra zero (0) e uno (1). La somma di tutti i valori individuali deve essere pari a uno.

3. Le Regioni che non applicano la previsione di cui al comma 1 comunicano tale decisione al Ministero, con le modalità previste dal comma 2“.

Come presentare la domanda

La domanda di autorizzazione all’ampliamento viene presentata dai soggetti interessati mediante istanza sul portale telematico del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), all’interno del quale è prevista dal 15 al 31 marzo di ogni anno un’apposita sezione concernente il Registro informatico pubblico delle autorizzazioni per gli impianti viticoli. La richiesta può essere effettuata solo dal soggetto che, alla data in cui richiede l’ampliamento, ha la conduzione del terreno per il quale richiede l’autorizzazione. La stessa azienda può, inoltre, cumulare le richieste di autorizzazione qualora debba richiedere l’ampliamento in più regioni, purché tutti i terreni coinvolti le appartengano.

La superficie assegnabile ogni anno non può superare la soglia dell’1% della superficie vitata nazionale alla data del 31 luglio dell’anno precedente. Nel caso, poi, le richieste di ampliamento all’interno della medesima regione superino le soglie calcolate a livello regionale, dovrà essere in ogni caso essere attribuita ad ogni soggetto richiedente almeno una superficie di 0,1 ettari, così come potranno essere stabilite ulteriori limitazioni in caso di superamento della soglia consentita dovuta al complesso delle domande annuali presentate, oppure nel caso in cui si voglia evitare il rischio di una produzione che ecceda quelle che sono le prospettive reali di mercato o, ancora, per evitare che una determinata denominazione d’origine (o indicazione geografica) protetta si svaluti eccessivamente. Tra l’altro, è riconosciuto anche alle associazioni professionali la facoltà di trasmettere entro il 15 gennaio di ogni anno delle raccomandazioni – corredate ovviamente di documentazione tecnica – in ordine alla opportunità o meno di stabilire delle limitazioni.

Chi dispone le autorizzazioni?

Le autorizzazioni vengono rilasciate dalle Regioni entro il 1° giugno di ogni anno, attenendosi tuttavia all’elenco ad esse trasmesso dal Mipaaf e pubblicato, altresì, sul Bollettino Ufficiale Regionale. Tale tipologia di autorizzazione ha valenza triennale e contiene:

  1. Il codice di identificazione dell’azienda
  2. Il titolo dell’autorizzazione
  3. Il codice identificativo della pratica
  4. La Regione che lo ha rilasciato e la data del rilascio
  5. Il termine di validità
  6. La superficie autorizzata

Tuttavia, se l’autorizzazione è rilasciata per il solo 50% della superficie richiesta, l’interessato può rifiutare senza incorrere in alcuna sanzione; dovrà però comunicare l’intenzione di rinunciare alla Agea sempre tramite il SIAN entro 10 giorni dalla pubblicazione dell’elenco.

Laddove, invece, si decida di accettare l’autorizzazione, a quel punto il vigneto impiantato dovrà permanere per almeno 5 anni (salvo eventi eccezionali) e se viene espiantato prima della scadenza del suddetto termine non potrà essere oggetto di autorizzazione al reimpianto.

Qualora l’azienda non intenda esercitare l’autorizzazione si applicheranno le sanzioni previste dal suddetto regolamento comunitario e dalle disposizioni nazionali; inoltre, non potrà beneficiarie del piano nazionale di sostegno.

Nel caso in cui, infine, l’azienda voglia effettuare l’impianto su un’area diversa da quella richiesta potrà chiedere la modifica della destinazione dell’autorizzazione solo se la nuova superficie rispetta le medesime condizioni che avevano condotto al rilascio dell’autorizzazione originaria.

Il registro delle autorizzazioni

Una volta effettuato l’ampliamento per il quale l’azienda vinicola aveva richiesto l’autorizzazione, sarà suo onere comunicare tale operazione entro 60 giorni alla Regione. Ciò al fine di consentire l’aggiornamento del Registro informatico pubblico delle autorizzazioni, dopodiché i nuovi impianti saranno inseriti nello schedario vitivinicolo. Il suddetto Registro è costituito nell’ambito del SIAN e contiene tutte le informazioni circa le autorizzazioni rilasciate ed è costantemente aggiornato con le autorizzazioni che di anno in anno si aggiungono, nonché consultabile sia da parte dell’autorità pubblica che da parte delle singole aziende.

Sicurezza e igiene nelle cantine: tutto quello che c’è da sapere. Parte II

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Riprendiamo l’ampio capitolo iniziato nel mese di marzo relativo alle norme igienico-sanitarie che caratterizzano le cantine e lo facciamo affrontando il tema dei requisiti dei locali e delle attrezzature.

Ebbene, i locali, gli impianti, gli utensili utilizzati all’interno degli stabilimenti devono essere sottoposti a delle specifiche operazioni di ordinaria e straordinaria pulizia.

Essi, infatti, dopo essere stati accuratamente lavati e disinfettati devono essere risciacquati abbondantemente con acqua potabile per far sì che venga eliminato qualsiasi tipo di residuo dannoso per la salute.

Inoltre, all’interno delle cantine possono trovare spazio solo sostanze che sono state ammesse dalla legislazione nazionale ed europea (sul punto, si veda artt. 21 e 22, T.U. del vino).

Per quel che riguarda poi i recipienti destinati a contenere gli alimenti ma che ancora non sono stati utilizzati a tale scopo, devono riportare la frase: “per contatto con i prodotti alimentari” (o altro tipo di dizione affine), il nome e la sede dell’azienda produttrice, nonché qualsiasi tipo di indicazione che permetta la loro rintracciabilità e il ritiro nel caso dovessero sorgere problematiche connesse al loro impiego.

In ordine, infine, ai depositi, essi devono possedere caratteristiche di costruzione ed impianti che siano idonei a soddisfare le esigenze di buona conservazione degli alimenti.

Un ulteriore aspetto fondamentale è costituito dalle norme igieniche che regolano il personale. Gli addetti alla preparazione delle sostanze alimentari, infatti, devono indossare adeguati indumenti di colore chiaro e cuffie che contengano i capelli. Inutile specificare come tutti gli indumenti e gli accessori su indicati debbano essere in uno stato di assoluta pulizia, così come il personale deve curare in maniera molto scrupolosa la propria igiene personale al fine di evitare contaminazioni dei prodotti lavorati.

A questo punto, il prodotto alimentare – nel nostro caso, il vino – è stato prodotto secondo le migliori tecniche enologiche e nel rispetto delle norme igieniche che regolano il settore: occorre, quindi, trasportarlo verso i luoghi in cui verrà venduto.

Ecco che, in questo senso, il legislatore ha dettato tutta una serie di norme che regolano anche il micro-settore del trasporto delle sostanze alimentati. In questa sede basti sapere che anche i mezzi che trasportano le sostanze alimentari sono soggetti a stringenti regole in relazione ai loro requisiti. Infatti, è necessario che tali mezzi siano conformi ai requisiti igienici prescritti dalla legge (Reg. CE 852/04) per evitare la contaminazione o alti danni agli alimenti.

Inoltre, se i mezzi sono adibiti al trasporto di più tipologie di prodotti alimentari sarà necessario che, tra un carico e l’altro, gli ambienti del mezzo vengano adeguatamente ripuliti per evitare rischi di contaminazione.

Le cisterne, stante il fatto che sono destinate ad entrare in contatto diretto con il prodotto alimentare, devono essere accompagnate da una dichiarazione di conformità fornita dal costruttore; tale dichiarazione dovrà essere esibita ogni qual volta gli organi di controllo (polizia stradale, carabinieri, ecc.) ne facciano richiesta e in caso di assenza saranno presi dei provvedimenti di natura prevalentemente amministrativa volti, in prima battuta, ad evitare la circolazione del mezzo.

Infine, al termine di ciascun scarico – e prima di effettuare un nuovo carico – il mezzo deve essere adeguatamente ripulito mediante l’utilizzo di acqua potabile.

Una volta messo in commercio il prodotto potrebbe risultare, in qualsiasi modo, dannoso per la salute del consumatore e, al fine di evitare l’aggravarsi della situazione, sarà necessario procedere con il ritiro della merce difettata: in questo senso un ruolo determinante è attribuito alla tracciabilità e rintracciabilità del prodotto alimentare.

Prevista dal Reg. CE 178/02 quale elemento fondante il commercio delle sostanze alimentari, la rintracciabilità può essere definita come la possibilità di riuscire in ogni momento ad individuare il luogo in cui si trova l’alimento. La tracciabilità, invece, fa riferimento ai vari passaggi della filiera compiuti dall’alimento o dalla sostanza impiegata per la produzione dell’alimento.

Per quel che riguarda il vino, la legge garantisce elevati standard di tracciabilità e rintracciabilità. Ebbene, tali regole sono talmente elevate che proprio la Commissione europea si è pronunciata nel senso di non applicare il predetto regolamento al settore vitivinicolo italiano, poiché le norme interne offrono un grado di tutela perfino superiore di quelle sovranazionali (sul punto, si veda la nota del Mipaaf, 03.02.2005, prot. NF 349).

Un breve accenno, infine, deve essere fatto riguardo alla “ISO 9000”. Tale dizione indica un sistema di norme e linee guida redatte dalla Organizzazione internazionale per la normazione finalizzato ad assicurare che i processi aziendali siano contraddistinti da specifici livelli di efficacia ed efficienza nella realizzazione del prodotto, al fine di massimizzare il più possibile il grado di soddisfazione del cliente.

Come si ottiene la certificazione “ISO 9000”?

Innanzitutto, è necessario che l’azienda – affiancata da un professionista – rediga un apposito manuale in cui elenca le varie attività aziendali e i relativi processi produttivi; a questo punto, dovrà presentare domanda ad un organismo di certificazione corredata dal suddetto manuale, che verrà esaminato dall’organismo. Tale ente certificatore potrà, inoltre, chiedere integrazioni o modifiche del manuale, dopodiché procederà alla vera e propria verifica ispettiva per verificare in concreto il rispetto e l’attuazione dei processi descritti nella domanda.

Laddove l’esito della verifica sia positivo verrà rilasciata la certificazione, la quale avrà una durata limitata nel tempo e dovrà, pertanto, essere rinnovata periodicamente. Per di più nell’arco di questo periodo di validità potranno verificarsi nuove ispezioni “a sorpresa” tese a verificare il permanere dei requisiti inizialmente accertati; nel caso di esito negativo, la certificazione potrà essere revocata nonostante non sia ancora decorso il termine di validità.

Le origini del diritto vitivinicolo tra libera concorrenza e tutela del consumatore.

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Il diritto vitivinicolo rappresenta uno specifico settore del diritto alimentare e concerne la disciplina tecnico-giuridica che accompagna inevitabilmente ciascun individuo che intenda produrre vino o comunque prodotti che derivano dalla trasformazione dell’uva (quali, ad esempio, spumanti ed aceti).

Tuttavia, prima di addentrarci in questo particolarissimo settore occorre esaminare e comprendere il contesto in cui il “diritto della vite e dell’uva” si innesta.

Come detto, esso non può che essere il diritto alimentare. Vediamo brevemente di cosa si tratta nonché le esigenze che hanno condotto all’elaborazione di questa specifica materia.

Ebbene, il diritto alimentare è quella branca del diritto nata per regolare a livello normativo la disciplina dei prodotti destinati all’uso alimentare, al fine di elaborare una disciplina quanto più stabile e uniforme in merito ai processi produttivi, al trasporto e alla commercializzazione di detti prodotti. L’obiettivo di fondo è quello di consentire scelte sempre più consapevoli da parte dei consumatori finali in ordine ai prodotti acquistati e destinati al consumo, in un’ottica ispirata al rafforzamento dei parametri di fiducia e sicurezza.

Infatti, la necessità di apportare una tutela effettiva ed efficace non solo è imposto da logiche di tutela del mercato, ma anche e soprattutto da esigenze che attengono ai valori della libertà e dell’utilità sociale.

A questo punto occorre fare un passo indietro ed esaminare la “questione alimentare” da un punto di vista sovranazionale. Il primo passo verso una disciplina europea in tale ambito è stato fatto con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht nel 17 febbraio 1992 e si è ulteriormente perfezionato con la recente sottoscrizione del Tratto di Lisbona; un’opera altrettanto significativa, in tal senso, è stata altresì svolta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha operato nella direzione di una graduale e progressiva armonizzazione delle legislazioni nazionali attraverso l’applicazione del c.d. principio del mutuo riconoscimento, sulla base del quale ciascuno Stato membro non può adottare o mantenere nel proprio ordinamento norme che ostacolano la libera circolazione dei prodotti legittimamente messi in commercio in un altro Paese membro dell’UE, salvo sussistano specifiche e motivate esigenze.

A tal proposito, occorre segnalare che il suddetto principio del mutuo riconoscimento ha portato con sé una vera e propria competizione tra le diverse regolamentazioni nazionali, con evidente beneficio per quei Paesi che imponevano sistemi meno restrittivi. Infatti, è evidente come un prodotto realizzato in un Paese con standard produttivi e qualitativi ben più bassi rispetto ad altri ben possa far circolare anche all’interno di questi ultimi i propri prodotti senza alcuna limitazione, conseguendo un importante ritorno economico.

Per quel che riguarda il nostro paese, tale fenomeno si è tradotto inevitabilmente in una strenua lotta a sostegno del c.d. made in Italy nel momento in cui hanno fatto ingresso nel mercato prodotti che si presentavano uguali a quelli facenti parte del nostro patrimonio agroalimentare ma che poi in realtà presentavano evidenti lacune sotto il profilo qualitativo.

In un quadro come quello appena descritto anche il diritto ha mutato il proprio approccio, poiché si sono venute a creare tutta una serie di situazioni in cui il consumatore finale si trovava in una evidente situazione di debolezza socio-economica. A conferma di quanto appena detto si segnala in ambito europeo anche una risoluzione con la quale il Consiglio ha stabilito – proprio a conferma del mutamento dei tempi e dell’assoluta rilevanza della “questione alimentare” – che “il consumatore di un tempo, compratore isolato in un mercato locale di modeste dimensioni, si è trasformato in elemento di un mercato di massa, che è oggetto di campagne pubblicitarie e di pressioni da parte di gruppi di produzione e di distribuzione estremamente organizzati”. A fronte di tutto questo, era pertanto necessario che anche la legge si uniformasse e fosse tesa a tutelare l’individuo, la sua libertà di scelta e le sue determinazioni in merito all’acquisto e al consumo dei beni alimentari.

Emblematica sul punto la pronuncia della Cassazione del 1961 – la data è risalente ma la sentenza è importante per poter riuscire a calare nella realtà quotidiana i fenomeni suddetti – relativa alla campagna pubblicitaria dell’azienda Motta, nota con il nome di “carta d’identità”. In questo caso la Cassazione valutava rispettosa dei principi di correttezza professionale tale campagna anche se i dati che emergevano da tale carta non corrispondevano in concreto alla esatta composizione dei panettoni dell’azienda dolciaria, in quanto tali informazioni rientravano – a dire della Corte – “in quelle magnificazioni iperboli vanterie della qualità della propria merce che non danno luogo a concorrenza sleale”. La netta sensazione è quella che la giurisprudenza in questo caso abbia preferito accordare tutela preferenziale alla possibilità di non scoraggiare il libero gioco della concorrenza tra le imprese (con beneficio finale per la libertà di iniziativa economica), confidando nella assoluta capacità di discernimento del consumatore medio, capacità di discernimento che – si presume – sia tale da farlo diffidare dalle eccessive vanterie poste in essere a fini commerciali.

Tali principi venivano, peraltro, ripresi e sanciti anche a livello europeo dalla stessa Corte di Giustizia a conferma di un clima teso e attento alle sole esigenze delle imprese.

È solo con il codice del consumo, quindi in epoca relativamente recente, che il legislatore nazionale si è posto il problema di tutelare in maniera maggiore il consumatore quale parte debole del rapporto commerciale. Su questo tratterò più avanti.

Un’ulteriore aspetto che in questa sede introduttiva mi pare opportuno segnalare è l’assoluta importanza e incidenza nelle decisioni del consumatore del marketing commerciale. Infatti, mentre in precedenza il consumatore medio acquistava i beni alimentari per soddisfare esigenze primarie di sopravvivenza, nell’epoca moderna assistiamo ad un fenomeno in cui il consumatore acquista cibi in relazione a fattori intangibili (si pensi ai prodotti bio, a quelli equi e solidali o ancora ai prodotti c.d. “Km 0”), in un’ottica di maggiore attenzione alla tutela della propria salute e alla valorizzazione di prodotti appartenenti al medesimo contesto geografico del consumatore. Non è un caso se tutte le più grandi catene di ipermercati propongono tra la propria selezione prodotti alimentari che provengono da piccole-medie realtà locali.

Come anticipato, le sempre più moderne tecniche di produzione hanno spostato negli ultimi anni l’attenzione del legislatore verso la tutela della salute del consumatore; infatti, a seguito di alcuni episodi specifici di contaminazione alimentare, è maturata la consapevolezza in merito alla necessità di intervenire a livello normativo al fine di aumentare la fiducia dei consumatori nei confronti dei produttori di beni alimentari. Si pensi, ad esempio, all’istituto della rintracciabilità: essa, infatti, nonostante non garantisca – come sostenuto da importanti studiosi del settore agroalimentare – la sicurezza degli alimenti, tuttavia “rappresenta uno strumento di gestione dei rischi, in quanto il suo obiettivo primario è quello di contribuire all’identificazione degli alimenti e dei mangimi che non soddisfano i requisiti di sicurezza, agevolandone il ritiro dal mercato. In tale contesto, la rintracciabilità mira a migliorare i tempi di reazione in una situazione di crisi alimentare e agevola l’identificazione della fonte del pericolo in modo più preciso” (CAPELLI, KLAUS e SILVANO, Nuova disciplina del settore alimentare e Autorità europea per la sicurezza alimentare, Milano, 2006, 143).

Sulla base di quanto sin ora esposto, è del tutto evidente come il diritto agroalimentare si attesti a molteplici livelli di tutela che spaziano dalla normativa europea a quella nazionale, la quale a sua volta trova, a seconda delle circostanze, la sua disciplina all’interno di norme di diritto civile, penale e amministrativo. Ma non solo. Il sapere giuridico si accompagna necessariamente al sapere tecnico-scientifico, che implica in definitiva in una costante collaborazione tra giurista e operatore vitivinicolo, in cui l’uno non può in alcun modo prescindere dall’altro.