Le pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare: uno sguardo europeo.

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1) L’APPROCCIO EUROPEO

In merito al tema delle pratiche commerciali sleali all’interno della filiera alimentare tra imprese, sono stati adottati dalle istituzioni europee due provvedimenti, in linea con il contenuto del c.d. Libro Verde:

Tali documenti hanno, inoltre affrontato il tema degli strumenti di controllo e di tutela preposti a salvaguardia delle imprese per reprimere le suddette pratiche sleali.

Nel corso degli anni è andata, infatti, aumentando a livello europeo la consapevolezza che le pratiche commerciali sleali rappresentano una grave realtà del mercato agroalimentare.

Nonostante tali pratiche siano state oggetto di puntuale (ma non definitiva) definizione da parte  del Libro Verde, la Commissione europea ha preso atto di un quadro normativo a livello degli Stati membri non idoneo al contrasto di tali pratiche lungo la filiera.

Il dato preoccupante è dato, inoltre, dagli effetti che tali pratiche possono recare al funzionamento dei rapporti tra imprenditori agricoli e industriali lungo la filiera; si tratta molto spesso di condizioni contrattuali non precise, ambigue o incomplete, del trasferimento eccessivo e imprevedibile di costi e rischi sulla controparte più debole, di uso di informazioni riservate e non autorizzate, sino alla cessazione o all’interruzione non giustificata del rapporto commerciale.

E’ evidente, pertanto, come tali comportamenti possono arrecare seri pregiudizi a tutti i livelli della filiera.

2) LE PRATICHE SLEALI MAGGIORMENTE DIFFUSE NELLA FILIERA ALIMENTARE

E’ pur vero che le pratiche commerciali sleali arrecano molteplici danni in ogni settore ed ambito del commercio e dello scambio di merci.

Ma allora perché in ambito alimentare è così sentito?

I comportamenti sleali quando si producono nella filiera alimentare sono particolarmente problematici a causa di molteplici fattori:

  • per la specificità del bene, gli alimenti, che è l’oggetto della contrattazione;
  • per le specifiche caratteristiche degli stessi alimenti, tra cui in particolare la sua stagionalità e deperibilità che segnano notevolmente i tempi della negoziazione tra imprenditori;
  • per la particolare dinamica del mercato agroalimentare e, quindi, per il contesto normativo di riferimento;

La forma più comune di pratica commerciale è rappresentata da clausole ambigue e non ben definite circa l’ambito di applicazione, che consentono alla parte contrattualmente più forte di imporre ulteriori obblighi alla parte più debole.

Inoltre, le principali categorie di pratiche commerciali, quando incidono nella fase pre-negoziale, sono spesso rappresentate dal trasferimento abusivo dei rischi commerciali alla parte più debole a cui sono imposti obblighi (ad es. il finanziamento di attività commerciali, obblighi risarcitori per la perdita del prodotto, ecc.).

Possono anche essere rappresentate dalla mancanza della stipulazione scritta del contratto, che determina, per la parte più debole, l’impossibilità di fare ricorso a un atto scritto.

Quanto agli atti sleali posti in essere durante la vigenza del contratto, essi possono concretizzarsi in:

  • modifiche retroattive di condizioni contrattuali non precise, ambigue o incomplete;
  • nell’uso abusivo delle informazioni attraverso cui la parte più forte le impiega per sviluppare un prodotto concorrente e quindi privando la parte più debole dei frutti della sua innovazione;
  • nella minaccia di una risoluzione non giustificata del rapporto commerciale oppure priva di un congruo preavviso, tale da trasformare un atto di per sé legittimo in mezzo per intimidire la parte più debole ed ottenere dalla stessa condizioni contrattuali più favorevoli.

E’ evidente, inoltre, che quando tali pratiche sono  applicate in maniera imprevedibile, esse possono determinare la perdita del prodotto, comportare costi ingiustificati, generare profitti inferiori alle attese o provocare gravi indebitamenti.

Indirettamente tali pratiche si ripercuotono anche sul funzionamento della filiera alimentare non solo in termini di efficienza, ma altresì generando un aumento dei costi per i consumatori.

Oppure, per l’incapacità di raggiungere il mercato in tempi utili, possono tradursi in sprechi alimentari.

3) DIVERGENZE TRA COMMISSIONE E PARLAMENTO EUROPEO

Nonostante sia la Commissione che il Parlamento Europeo riconoscano la centralità della problematica legata alla diffusione delle pratiche commerciali sleali in ambito alimentare, vi è assoluta divergenza in ordine alle modalità con cui risolvere (o quantomeno arginare) il problema.

La Commissione si propone di affrontare gli squilibri che emergono nelle relazioni contrattuali presenti nella filiera agroalimentare in linea con quelli che sono i principi cardine in materia di antitrust, ossia il perseguimento dell’efficienza del mercato così da addivenire ad una migliore tutela degli interessi dei consumatori.

Il Parlamento europeo, invece, è convinto di riuscire a risolvere le problematiche ponendo in stretta connessione le questioni relative alla filiera alimentare con quelle della Politica Agricola Comunitaria (PAC), in considerazione anche di quanto sancito dall’art. 39 TFUE.

Articolo 39

1. Le finalità della politica agricola comune sono:

a) incrementare la produttività dell’agricoltura, sviluppando il progresso tecnico, assicurando lo sviluppo razionale della produzione agricola come pure un impiego migliore dei fattori di produzione, in particolare della manodopera;

b) assicurare così un tenore di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento del reddito individuale di coloro che lavorano nell’agricoltura;

c) stabilizzare i mercati;

d) garantire la sicurezza degli approvvigionamenti;

e) assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori.

2. Nell’elaborazione della politica agricola comune e dei metodi speciali che questa può implicare, si dovrà considerare:

a) il carattere particolare dell’attività agricola che deriva dalla struttura sociale dell’agricoltura e dalle disparità strutturali e naturali fra le diverse regioni agricole;

b) la necessità di operare gradatamente gli opportuni adattamenti;

c) il fatto che, negli Stati membri, l’agricoltura costituisce un settore intimamente connesso all’insieme dell’economia

 

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