Il caso “Parmesan” e il c.d. “italian sounding”

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Come abbiamo visto le DOP e le IGP possono essere utilizzate da qualsiasi produttore, purché ne rispetti il relativo disciplinare di produzione, così come previsto dall’art. 103 del Reg. UE n. 1308 del 2013.

I maggiori problemi sorgono, tuttavia, nel momento in cui le suddette denominazioni (e indicazioni) vengono utilizzate nonostante i prodotti non siano conformi al disciplinare, oppure vengono posti in essere degli abusi volti a “cavalcare” la fama di un prodotto. In definitiva, tutti quei comportamenti che possono indurre in errore il consumatore circa l’effettiva origine del bene.

A questo proposito, appare utile analizzare la c.d. sentenza “Parmesan” della Corte di Giustizia UE del 26 febbraio 2008, C-132/05.

Sebbene, infatti, l’oggetto del contendere non riguardi prodotti vitivinicoli, è tuttavia possibile coglierne le analogie con il settore del vino e, pertanto, applicare i principi  ivi espressi anche a tale ambito.

La questione dibattuta era molto semplice: la Commissione europea aveva imposto alla Germania la cessazione della commercializzazione del formaggio “Parmesan” a fronte della protezione europea sul “Parmigiano reggiano”. La Commissione sosteneva, infatti, che il nome del prodotto tedesco inducesse in errore il consumatore circa l’origine del formaggio.

Come immaginabile, la Germania, nonostante tale invito da parte della Commissione, si era rifiutata di ritirare il prodotto, poiché sosteneva che il nome “Parmesan” fosse un nome generico e non di una denominazione protetta a livello europeo.

La Corte di Giustizia europea, tuttavia, manifestava nella sentenza in commento un’opinione assolutamente in linea con quella della Commissione, ritenendo che il nome del formaggio tedesco non potesse ritenersi generico, “poiché ai fini della protezione si deve tenere conto anche della somiglianza concettuale idonea ad indurre il consumatore a prendere come immagine di riferimento un determinato prodotto“. In altre parole, il consumatore vedendo la scritta “Parmesan” – oltre alla confezione raffigurante paesaggi italiani! – sarebbe stato indotto a ritenere che quel prodotto provenisse dall’Italia e costituisse, in definitiva, un’evocazione della DOP Parmigiano Reggiano.

La sentenza in questione riporta alla luce anche ulteriori problematiche connesse alla competenza relativa alla rimozione dell’illecito. In altre parole, chi deve procedere con la rimozione dei prodotti ingannevoli? Lo Stato titolare della DOP o IGP protetta o lo Stato nel quale il prodotto ingannevole viene prodotto, commercializzato o distribuito?

Fortunatamente dopo alcune pronunce discutibili della giurisprudenza europea, ad oggi il Regolamento 1306/2013, all’art. 90, sancisce come “spetta agli Stati membri adottare tutte le misure necessarie per far cessare l’uso illegale di denominazioni di origine, di indicazioni geografiche e di menzioni tradizionali protette“. Pertanto, un obbligo sia per il Paese titolare delle DOP o IGP sia per quello (o quelli) dove avviene l’uso illegale delle predette denominazioni (o indicazioni).

Ovviamente sino ad adesso abbiamo trattato dell’utilizzo illecito delle DOP e IGP all’interno dell’Unione Europea. Ma cosa succede in ambito internazionale?

In questo caso è tutto rimesso alle singole disposizioni dei singoli trattati che l’Unione Europea sancisce con ciascun Paese straniero. Ad ogni modo, per avere maggiori certezze avverso gli abusi della proprie DOP e IGP occorre tenere ben presente la possibilità di registrare il marchio collettivo nel Paese nel quale si vuole proteggere il nome.

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