Sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione: inevitabilità della sanzione penale?

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Tra le tematiche che negli ultimi anni hanno attirato maggiormente l’attenzione degli operatori del settore alimentare – e quindi anche vitivinicolo – vi è sicuramente quella della conservazione delle sostanze e dei prodotti destinati al consumo.

Ciascun operatore, infatti, è tenuto oggi a rispettare regole estremamente rigide riguardo all’impiego delle sostanze alimentari, sia esse destinate alla vendita o alla preparazione di ulteriori prodotti.

Sul punto, la legge di riferimento è la 283 del 1962, ed in particolare l’art. 5 che vieta e sanziona l’impiego di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, alterate o con caratteristiche tali da costituire un pericolo per i consumatori; si tratta, peraltro, di una disposizione che occorre sempre tenere ben presente poiché laddove ne venga riscontrata la violazione l’operatore andrà incontro ad un illecito di natura penale con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Ma in concreto quando può dirsi sussistente l’illecito previsto dall’art. 5?

La Corte di Cassazione ha nel corso del tempo ampliato notevolmente i casi che possono comportare la violazione della norma in questione; si è giunti, pertanto, a sanzionare comportamenti anche solo potenzialmente a rischio per la salute dei consumatori. Muovendosi su questo tracciato la Cassazione ha recentemente condannato un operatore alimentare che aveva somministrato pietanze in stato di alterazione, nonostante tale stato fosse palesemente riconducibile al solo comportamento del fornitore. Ebbene, la Cassazione non ha fatto sconti, ritenendo che sussista in capo al distributore finale uno specifico dovere di vigilanza sullo stato dei prodotti[1].

Dovere di vigilanza che sussiste anche con riferimento a prodotti confezionati all’estero ed importati sul territorio nazionale: gli operatori italiani, infatti, dovranno verificare ed assicurarsi prima di avviare la commercializzazione del prodotto che lo stesso sia conforme ai requisiti stabiliti dalla legge italiana, poiché in caso contrario risponderanno del reato previsto dall’art. 5[2].

In ambito vinicolo, infine, è stata riconosciuta la violazione della norma nel caso di aggiunta ad un vino di acqua, poiché tale trattamento comportava l’alterazione della naturale composizione del prodotto[3]; e ciò, si badi bene, a prescindere dalla nocività del prodotto così ottenuto.

In conclusione, laddove si verifichi qualsiasi tipo di alterazione o contaminazione dei prodotti alimentari tali da generare un rischio per la salute dei consumatori, i soggetti che hanno posto in commercio tali sostanze risponderanno dell’illecito in maniera pressoché automatica, anche se concretamente non si sia verificato alcun danno alla salute dei consumatori medesimi.

[1] Cass. pen., 12.01.2018, n. 916;

[2] Cass. pen., 28.02.2017, n. 19604, rv. 270142;

[3] Cass. pen.,23.10.2013, n. 46183.

 

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