Un’importante sentenza sulla tutela delle denominazioni di origine protette

wine-2811490_640

Con questo articolo voglio soffermarmi su una pronuncia di qualche anno fa del Tribunale di Roma ad oggetto la tutela delle denominazioni di origine protette, così come delineate dall’art. 30 del Codice sulla proprietà industriale.

La pronuncia, datata 23 Gennaio 2015, è di notevole importanza poiché è la prima sentenza che affronta il problema della tutela di indicazioni geografiche e denominazioni protette dopo la modifica al suddetto art. 30 c.p.i.

Non starò a pubblicare il testo integrale della sentenza, ritengo sia superfluo e controproducente in questa sede (chiunque fosse comunque interessato può contattarmi privatamente al mio indirizzo email); mi concentrerò, al contrario, sui principi e le regole sancite dal Tribunale, poiché costituiscono un punto di riferimento imprescindibile quando si parla di IG e DO.

La vicenda da cui trae spunto la sentenza in realtà è molto semplice: un consorzio deputato alla gestione del disciplinare di produzione e alla tutela di una celebre denominazione di origine controllata di prodotti vitivinicoli riteneva che la successiva registrazione da parte di un soggetto terzo di un marchio nella cui componente letterale risultava riprodotto il medesimo nome geografico costituisse un indebito sfruttamento della denominazione stessa e fosse, pertanto, illecito. Per completezza occorre anche sottolineare come il predetto marchio facesse riferimento a settori merceologici diversi e non riconducibili in alcun modo a prodotti vitivinicoli.

In altre parole, il consorzio lamentava che il predetto marchio sfruttasse la notorietà della loro denominazione di origine al fine di attirare maggiori clienti, i quali avrebbero inevitabilmente associato le qualità della denominazione protetta a quelle dei prodotti che utilizzavano il suddetto marchio.

Il quesito di fondo a cui si è trovato a dover rispondere il Tribunale concerneva, pertanto, la possibilità (o meno) di ritenere illecito un marchio per il sol fatto di riprodurre il nome geografico di una denominazione protetta o se, al contrario, ai fini della detta illiceità dovessero concorrere ulteriori elementi oltre alla semplice riproduzione.

Ebbene, il Tribunale ha ritenuto che l’uso dell’altrui denominazione da parte del soggetto che non ne sia titolare debba considerarsi illecito per lo sfruttamento della relativa notorietà solo qualora lo stesso sia capace di ingannare e fuorviare il giudizio del consumatore medio; l’illiceità si verificherebbe, infatti, quando il marchio crea in essi l’errata convinzione che – pur nella diversità dei prodotti – tale uso garantisca comunque l’esistenza delle qualità e dei valori riferibili alla denominazione di origine protetta. Tuttavia, una simile ipotesi si potrebbe realizzare – secondo quanto stabilito dal Tribunale – solo in presenza di prodotti affini o complementari, ma non in presenza di prodotti tra loro oggettivamente incompatibili, in quanto destinati a soddisfare bisogni diversi e privi di nessi di carattere tecnico o produttivo. Tale ultima ipotesi rende, infatti, inverosimile il fatto che il consumatore possa essere indotto ad estendere a prodotti o servizi tanto differenti il giudizio di valore qualitativo nel tempo acquisita dalla denominazione.

Negli stessi termini si sono espressi, peraltro, altri studiosi della materia, sostenendo come “affinché sia dato configurare uno sfruttamento della reputazione della denominazione indebito non risulta sufficiente che il nome geografico sia utilizzato da chi non ne sia formalmente legittimato per contrassegnare prodotti estranei al protocollo tecnico autorizzato. Ma è, altresì, necessario che tale utilizzo, per le modalità con le quali lo stesso è posto in essere, per la tipologia e la complementarità dei prodotti coinvolti rispetto a quelli legittimamente identificati dal toponimo, per la sostituibilità dei bisogni suscettibili di soddisfazione, per i connotati dei consumatori cui l’offerta commerciale è indirizzata, possa radicare nel pubblico un apprezzabile affidamento circa l’esistenza delle prerogative attestate dal segno geografico. […]

La tutela delle denominazioni protette nei confronti di prodotti non affini deve, tuttavia, ri-espandersi in ogni caso in cui i toponimi vengano impiegati senza la necessaria autorizzazione e – cosa ben più importante – le proprietà dei prodotti o le modalità con cui vengono presentati siano tali da recare pregiudizio alla rinomanza delle denominazioni di origine. Infatti, nonostante la norma di cui all’art. 30 c.p.i. non faccia espresso riferimento al pregiudizio che può subire la rinomanza di una denominazione, tuttavia non può neanche scindere il dato letterale della norma dal contesto normativo generale, teso in ogni caso alla salvaguardia del buon nome di ciascun marchio, segno distintivo e, da ultimo, denominazione e indicazione geografica.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...