Le origini del diritto vitivinicolo tra libera concorrenza e tutela del consumatore.

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Il diritto vitivinicolo rappresenta uno specifico settore del diritto alimentare e concerne la disciplina tecnico-giuridica che accompagna inevitabilmente ciascun individuo che intenda produrre vino o comunque prodotti che derivano dalla trasformazione dell’uva (quali, ad esempio, spumanti ed aceti).

Tuttavia, prima di addentrarci in questo particolarissimo settore occorre esaminare e comprendere il contesto in cui il “diritto della vite e dell’uva” si innesta.

Come detto, esso non può che essere il diritto alimentare. Vediamo brevemente di cosa si tratta nonché le esigenze che hanno condotto all’elaborazione di questa specifica materia.

Ebbene, il diritto alimentare è quella branca del diritto nata per regolare a livello normativo la disciplina dei prodotti destinati all’uso alimentare, al fine di elaborare una disciplina quanto più stabile e uniforme in merito ai processi produttivi, al trasporto e alla commercializzazione di detti prodotti. L’obiettivo di fondo è quello di consentire scelte sempre più consapevoli da parte dei consumatori finali in ordine ai prodotti acquistati e destinati al consumo, in un’ottica ispirata al rafforzamento dei parametri di fiducia e sicurezza.

Infatti, la necessità di apportare una tutela effettiva ed efficace non solo è imposto da logiche di tutela del mercato, ma anche e soprattutto da esigenze che attengono ai valori della libertà e dell’utilità sociale.

A questo punto occorre fare un passo indietro ed esaminare la “questione alimentare” da un punto di vista sovranazionale. Il primo passo verso una disciplina europea in tale ambito è stato fatto con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht nel 17 febbraio 1992 e si è ulteriormente perfezionato con la recente sottoscrizione del Tratto di Lisbona; un’opera altrettanto significativa, in tal senso, è stata altresì svolta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha operato nella direzione di una graduale e progressiva armonizzazione delle legislazioni nazionali attraverso l’applicazione del c.d. principio del mutuo riconoscimento, sulla base del quale ciascuno Stato membro non può adottare o mantenere nel proprio ordinamento norme che ostacolano la libera circolazione dei prodotti legittimamente messi in commercio in un altro Paese membro dell’UE, salvo sussistano specifiche e motivate esigenze.

A tal proposito, occorre segnalare che il suddetto principio del mutuo riconoscimento ha portato con sé una vera e propria competizione tra le diverse regolamentazioni nazionali, con evidente beneficio per quei Paesi che imponevano sistemi meno restrittivi. Infatti, è evidente come un prodotto realizzato in un Paese con standard produttivi e qualitativi ben più bassi rispetto ad altri ben possa far circolare anche all’interno di questi ultimi i propri prodotti senza alcuna limitazione, conseguendo un importante ritorno economico.

Per quel che riguarda il nostro paese, tale fenomeno si è tradotto inevitabilmente in una strenua lotta a sostegno del c.d. made in Italy nel momento in cui hanno fatto ingresso nel mercato prodotti che si presentavano uguali a quelli facenti parte del nostro patrimonio agroalimentare ma che poi in realtà presentavano evidenti lacune sotto il profilo qualitativo.

In un quadro come quello appena descritto anche il diritto ha mutato il proprio approccio, poiché si sono venute a creare tutta una serie di situazioni in cui il consumatore finale si trovava in una evidente situazione di debolezza socio-economica. A conferma di quanto appena detto si segnala in ambito europeo anche una risoluzione con la quale il Consiglio ha stabilito – proprio a conferma del mutamento dei tempi e dell’assoluta rilevanza della “questione alimentare” – che “il consumatore di un tempo, compratore isolato in un mercato locale di modeste dimensioni, si è trasformato in elemento di un mercato di massa, che è oggetto di campagne pubblicitarie e di pressioni da parte di gruppi di produzione e di distribuzione estremamente organizzati”. A fronte di tutto questo, era pertanto necessario che anche la legge si uniformasse e fosse tesa a tutelare l’individuo, la sua libertà di scelta e le sue determinazioni in merito all’acquisto e al consumo dei beni alimentari.

Emblematica sul punto la pronuncia della Cassazione del 1961 – la data è risalente ma la sentenza è importante per poter riuscire a calare nella realtà quotidiana i fenomeni suddetti – relativa alla campagna pubblicitaria dell’azienda Motta, nota con il nome di “carta d’identità”. In questo caso la Cassazione valutava rispettosa dei principi di correttezza professionale tale campagna anche se i dati che emergevano da tale carta non corrispondevano in concreto alla esatta composizione dei panettoni dell’azienda dolciaria, in quanto tali informazioni rientravano – a dire della Corte – “in quelle magnificazioni iperboli vanterie della qualità della propria merce che non danno luogo a concorrenza sleale”. La netta sensazione è quella che la giurisprudenza in questo caso abbia preferito accordare tutela preferenziale alla possibilità di non scoraggiare il libero gioco della concorrenza tra le imprese (con beneficio finale per la libertà di iniziativa economica), confidando nella assoluta capacità di discernimento del consumatore medio, capacità di discernimento che – si presume – sia tale da farlo diffidare dalle eccessive vanterie poste in essere a fini commerciali.

Tali principi venivano, peraltro, ripresi e sanciti anche a livello europeo dalla stessa Corte di Giustizia a conferma di un clima teso e attento alle sole esigenze delle imprese.

È solo con il codice del consumo, quindi in epoca relativamente recente, che il legislatore nazionale si è posto il problema di tutelare in maniera maggiore il consumatore quale parte debole del rapporto commerciale. Su questo tratterò più avanti.

Un’ulteriore aspetto che in questa sede introduttiva mi pare opportuno segnalare è l’assoluta importanza e incidenza nelle decisioni del consumatore del marketing commerciale. Infatti, mentre in precedenza il consumatore medio acquistava i beni alimentari per soddisfare esigenze primarie di sopravvivenza, nell’epoca moderna assistiamo ad un fenomeno in cui il consumatore acquista cibi in relazione a fattori intangibili (si pensi ai prodotti bio, a quelli equi e solidali o ancora ai prodotti c.d. “Km 0”), in un’ottica di maggiore attenzione alla tutela della propria salute e alla valorizzazione di prodotti appartenenti al medesimo contesto geografico del consumatore. Non è un caso se tutte le più grandi catene di ipermercati propongono tra la propria selezione prodotti alimentari che provengono da piccole-medie realtà locali.

Come anticipato, le sempre più moderne tecniche di produzione hanno spostato negli ultimi anni l’attenzione del legislatore verso la tutela della salute del consumatore; infatti, a seguito di alcuni episodi specifici di contaminazione alimentare, è maturata la consapevolezza in merito alla necessità di intervenire a livello normativo al fine di aumentare la fiducia dei consumatori nei confronti dei produttori di beni alimentari. Si pensi, ad esempio, all’istituto della rintracciabilità: essa, infatti, nonostante non garantisca – come sostenuto da importanti studiosi del settore agroalimentare – la sicurezza degli alimenti, tuttavia “rappresenta uno strumento di gestione dei rischi, in quanto il suo obiettivo primario è quello di contribuire all’identificazione degli alimenti e dei mangimi che non soddisfano i requisiti di sicurezza, agevolandone il ritiro dal mercato. In tale contesto, la rintracciabilità mira a migliorare i tempi di reazione in una situazione di crisi alimentare e agevola l’identificazione della fonte del pericolo in modo più preciso” (CAPELLI, KLAUS e SILVANO, Nuova disciplina del settore alimentare e Autorità europea per la sicurezza alimentare, Milano, 2006, 143).

Sulla base di quanto sin ora esposto, è del tutto evidente come il diritto agroalimentare si attesti a molteplici livelli di tutela che spaziano dalla normativa europea a quella nazionale, la quale a sua volta trova, a seconda delle circostanze, la sua disciplina all’interno di norme di diritto civile, penale e amministrativo. Ma non solo. Il sapere giuridico si accompagna necessariamente al sapere tecnico-scientifico, che implica in definitiva in una costante collaborazione tra giurista e operatore vitivinicolo, in cui l’uno non può in alcun modo prescindere dall’altro.

Un pensiero riguardo “Le origini del diritto vitivinicolo tra libera concorrenza e tutela del consumatore.

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